Alan Pauls: Il confine è un limite. #InViaggioConSUR

Alan Pauls inttervista in viaggio con SUR

Dal 21 al 24 febbraio 2019, a Torino, è andato in scena #InViaggioConSUR. Il festival letterario organizzato dalla casa editrice SUR in collaborazione con la Scuola Holden, ha permesso al pubblico di scoprire e poter incontrare cinque scrittori provenienti da tre diversi paesi latinoamericani: Alan Pauls, José Muñoz, Vera Giaconi, Laia Jufresa e Eduardo Rabasa. Passando per Argentina, Uruguay e Messico, una quattro giorni di eventi e di incroci letterari. Dal nord al sud del continente, un vero e proprio viaggio nella Letteratura del Sud America.

Ho avuto modo d’immergermi in giorni di incontri e di interviste, in modo da poter restituire una mappa ben precisa e addentrarmi in una letteratura sempre più apprezzata. Tra i tanti, ho parlato anche con Alan Pauls, uno dei suoi più importanti rappresentanti.

Parlando di un paese complesso, dei suoi libri più significativi e di come raccontarlo – spenta poi la videocamera – tra Argentina e influenze, abbiamo continuato, proseguendo la via.

A proposito di Argentina abbiamo avuto modo di ricostruire un percorso fatto di voci per te importanti, abbiamo delineato una mappa letteraria, tracciando delle linee che ti hanno fatto capire come raccontare il tuo paese. Tra queste direzioni diverse ci sono degli autori ai quali i confini stavano (e stanno) un po’ stretti e i più si sono mossi tra il Sud America e l’Europa. Ho poi scoperto che in questo momento anche tu hai attraversato quei confini e stai vivendo a Berlino. 
Mi chiedo quindi che rapporto ci sia tra il tuo racconto dell’Argentina e il tuo concetto di confine.

Per me il confine è un limite. L’idea di limite equivale in qualche modo a un punto di tensione, questo mi sembra sia inutile se la frontiera è qualcosa che non si può attraversare, che è completamente chiusa. Allo stesso modo, può servire così poco se si trasforma in una sorta di canale totalmente fluido con un passaggio non controllato.

In questi due casi mi sembra che il concetto di confine perda di forza, mentre mi sembra interessante il confine come punto di tensione e di resistenza tra due o più forze che possono entrare in relazione, possano essere queste lingue, paesi o culture diverse. Solo in questo senso la frontiera diventa un luogo produttivo dal punto di vista culturale. Deve essere per me un luogo di mescolanza, di contagio, di conflitto, altrimenti non mi interessa (se funziona come quel corridoio aperto). Così si trasforma in un qualcosa di fertile, in uno spazio culturale-politico, dico che ci deve essere una tensione, un problema, ma dicendolo intendo qualcosa di non risolto, qualcosa – in qualche modo – di non soddisfacente.

Vado un anno a Berlino ma non ci vado per starmene comodo come fossi a casa mia, ci vado per sentirmi strano, sconcertato, perplesso. Voglio entrare in una lingua che non conosco, in un idioma che faccio fatica a parlare, in una cultura che devo un po’ capire.
Non mi sarei mosso se andare Berlino fosse stato come stare a casa mia, ma vado per un’esigenza, per trovare una situazione problematica che a Buenos Aires non trovo o che affronto in un modo troppo conosciuto.



Sempre per continuare il discorso sulle influenze, vorrei spostare l’attenzione verso Roberto Bolaño, verso chi con i confini addirittura ci giocava. Negli anni, stando ben lontano da un voler incrementare un mito o fare del becero gossip, sto cercando di estrapolare esperienze o aneddoti da chi è stato vicino a lui. Ho collezionato racconti relativi alla scrittura, a sensazioni contrastanti e sentimenti lontani, proprio come alcune frontiere. Ti chiedo quindi cosa ti ha lasciato il vostro collegamento e se ti ha influenzato in qualche modo.

In realtà non sono stato molto vicino a Roberto Bolaño, non l’ho mai conosciuto personalmente. Tra di noi c’era però un rapporto, di quelli che potevano avere gli scrittori nel XIX secolo, tipo tra Flaubert e qualche suo contemporaneo. Era un rapporto esclusivamente letterario, si basava sulle opere che entrambi avevamo scritto: io conoscevo quello che lui aveva pubblicato, lui conosceva la mia opera perché aveva letto qualcosa di mio. Ci siamo conosciuti “su carta” scambiandoci una trentina di mail in tutto, come ti ho detto non avevamo una relazione molto personale. Io non sapevo nulla della sua vita privata e lui non sapeva nulla di me e questo ha sicuramente influito. È stato molto bello perché ha permesso che non ci fossero immagini intermediarie pronte a disturbare la nostra relazione.

Quello che ci scrivevamo aveva a che fare con la scrittura dura e pura. Bolaño è per me quello che ha scritto e nemmeno tutto, ma le cose che più ho letto, più mi sono piaciute e alle quali torno più spesso.

Credo che sia la relazione migliore che ci possa essere tra due scrittori perché in qualche modo è anche la più arcana, come se fosse una sorta di distanza più intima che da certi punti di vista mi è sempre sembrata, al tempo stesso, bellissima e commovente.

«Uno dei migliori scrittori latinoamericani viventi» 

Roberto Bolaño

Ecco quindi una piccola bonus track, una deviazione dal viaggio più lungo. Sul confine ho osservato per l’ennesima volta uno dei più grandi, da un lato all’altro della linea, da ovunque la si guardi, quella grandezza non cambia. Bolaño non ha mai sbagliato.

Traduzione: Giulia Zavagna