Daniel Galera: Il Brasile è un paese periferico. #LeInterviste

Da quando ho letto Barba intrisa di sangue di Daniel Galera sono passati undici mesi. In questo lasso di tempo ho avuto modo di consigliarlo, regalarlo e di parlarne senza tregua come una delle storie con le quali, negli ultimi anni, più sono riuscito a empatizzare.

Galera – scrittore e traduttore – è una delle voci più consolidate della letteratura brasiliana. Così ha stabilito anche Granta, selezionandolo come uno dei migliori giovani scrittori di lingua portoghese.

Gli elementi sono accattivanti: un ragazzo affetto da un grave disturbo della memoria, una cittadina di mare periferica, una cagnetta e l’ombra di un nonno.
Sullo sfondo un grande mistero, lo stesso sul quale sto riflettendo ancora oggi.  L’interrogativo principale è quello sulla ricerca d’identità, come se Galera avesse deciso di prendere un racconto di Borges (penso ad esempio a Il mortoEmma Zunz) e ampliarlo. La ricerca è quella dei volti, da quello che osserviamo tutti i giorni quando ci specchiamo, a quelli che incrociamo concitati per strada senza neanche riuscire a definirli. I volti, gli stessi che il protagonista continuerà a dimenticare.

Si tratta del libro con cui SUR si è affacciato per la prima volta alla narrativa brasiliana contemporanea.

Durante l’edizione 2018 de La grande invasione, il festival della lettura di Ivrea, ho avuto modo di parlare con Galera di Brasile, memoria e influenze.



Non voglio essere né netto né affrettato ma ho bisogno di inquadrarti. Credi che Barba intrisa di sangue sia il libro più importante che tu abbia scritto?

Sì, senza alcun dubbio. Essendo stato il libro più popolare, il più venduto in altri paesi, è sicuramente il più importante per la mia carriera di scrittore. È il libro in cui la mia scrittura è arrivata più vicina a quello che avevo in mente. 

Parlando con diversi traduttori e chi si occupa di Sud America, si riscontra sempre il problema del Brasile: quest’area geografica è il paese sudamericano che propone meno autori contemporanei, almeno per quanto riguarda il panorama internazionale. Ogni lettore italiano ricorda ad esempio i grandi classici della letteratura brasiliana e ha difficoltà a individuare le voci di oggi. Secondo te da cosa dipende?

C’è una differenza linguistica netta: il Brasile è l’unico paese dell’America Latina che parla portoghese. Lo spagnolo è sicuramente un idioma molto più conosciuto. Il Brasile non ha una tradizione letteraria così antica e il transito della letteratura verso altri paesi dipende anche dallo sforzo del governo. Le traduzioni dipendono molto dagli investimenti verso borse di sostegno alla traduzione. Per me il Brasile è un paese letteralmente periferico: per uno straniero si tende a generalizzare e a vedere la letteratura sudamericana come un totale, senza considerare il Brasile come un’entità autonoma, oltre che per la lingua, diversa proprio per la sua tradizione.

Per me come scrittore è poi difficile capire e analizzare il perché non ci sia interesse verso gli autori della nuova letteratura brasiliana. Il paese è molto grande e come immaginerai ci sono sono veramente tantissimi autori. Quelli validi esistono ma non sempre sono quelli che le case editrici vogliono vendere, ed è qui anche responsabilità degli editori europei (e in questo caso italiani) che non vanno a cercare autori un pochino più nascosti e alternativi, ma si accontentano della proposta delle grandi case editrici che guardano verso nomi più di punta, in qualche modo più commerciali. La colpa è di entrambe le parti: sia delle case editrici brasiliane che di quelle europee.

Negli ultimi anni il Brasile è stato anche ospite d’onore alla fiera di Francoforte e in seguito hanno tradotto più di cento autori brasiliani in Europa. Oggi sono passati quindici anni e c’è di nuovo un calo di interesse. Questo gran numero di scrittori tradotti non ha fatto la differenza e io non saprei spiegare perché. Dipende forse dall’aspettativa, da quello che gli editori italiani pensano di volere e cercano in un autore del mio paese. Magari vogliono un qualcosa verso il classicismo alla Jorge Amado, qualcosa di molto più identitario nel suo esotismo, lontano però dalle nuove voci cosmopolite. Uno cerca una cosa, un altro ne offre un’altra e non ci si incontra mai. 
Tempo fa mandai un racconto a un quotidiano e loro mi risposero che era molto bello ma che non cercavano quella cosa lì. Secondo loro non era scritto da un connazionale, mi chiesero di mandare un qualcosa di più brasiliano, ma ovviamente non lo feci.

Nel romanzo il tuo protagonista dimentica i volti, viene invaso dalla dimenticanza e dalle riflessioni sul concetto di memoria. Al tempo stesso è un romanzo di verità e per essere raggiunta, la verità deve essere osservata, tutto deve essere tenuto a mente, analizzato e impresso nella storia. È come se avessi creato e giocato con una dicotomia.

Il mio protagonista è affetto da una malattia esistente, insolita, fa però parte di un romanzo molto realista. Essendo una storia immersa nella realtà, non credo si tratti di una dicotomia. Ho dovuto cercare di immaginare come si possa sentire una persona affetta da questa malattia entrando in un processo estremamente schizofrenico. Ho scritto la prima stesura di questo libro stando un anno e mezzo a Garopaba, ho costruito tutto di getto ma ho impiegato diversi mesi in cui – attraverso le domande fatte agli abitanti del luogo – ho preso appunti per definire il libro. Ho quindi avuto molto tempo per immaginare i miei personaggi e definire la loro memoria.



Nella tua ricerca, seguendo questa visione schizofrenica, qual è stato l’aspetto che più ti ha messo in difficoltà?

Nonostante i tre anni e mezzo di lavoro, nonostante sia stato il libro che io abbia impiegato più tempo a scrivere, non è stato assolutamente il più difficile. C’è stato solo molto lavoro, molta indagine, ma nessun problema in particolare. Basti pensare a come non abbia riscritto nessuna parte del libro.

Il romanzo che ho scritto dopo di questo è stato infinitamente più difficile. Per meno di duecento pagine, ho impiegato un anno e mezzo per poterlo chiudere e i lettori italiani potranno leggerne il primo capitolo su Freeman’s. Scrittori dal futuro. (Edizioni Black Coffee). Di pagina in capitolo non sapevo dove stessi andando, ho rischiato più volte di non concludere il progetto, ma con Barba ensopada de sangue nulla di tutto questo, solo un processo relativamente tranquillo.

Da traduttore avrai un’attenzione maggiore nei confronti della lingua. Che rapporto hai con questa?

È un mito che tradurre influisce sullo stile letterario dell’autore. La lettura sì, influisce: alcuni autori che ho tradotto hanno influenzato il mio pensiero letterario. L’atto di tradurre non mi ha mai influenzato molto come scrittore, non come l’atto di leggere. Se c’è una lezione che ho appreso dai libri viene sicuramente da quelli che ho letto e non da quelli che ho tradotto.

Uso un linguaggio molto diretto e intuitivo, vi basterà leggere Barba intrisa di sangue, al sui interno non troverete nessuna costrizione. La mia è una lingua libera.



Si vive nel caos, sperando di poter raggiungere un equilibrio, di portare l’ordine all’interno del nostro tumulto personale. Borges avrebbe detto che questo processo, così come ogni singolo percorso mutante «è un caos che racchiude l’ordine». In maniera del tutto inaspettata, questo diviene il manifesto di Galera, di un autore capace di scavare nel caos con una semplicità disarmante. Ed è così, che nella continua dimenticanza, il sangue scorre per ricordarci che la vita non è un gioco di specchi.

Traduzione: Patrizia Di Malta