Il museo degli sforzi inutili. Navigare con Cristina Peri Rossi

La mia decennale esperienza in ambito ispanoamericano mi permette di sottolineare, con una certa sicurezza, l’impossibilità di delineare ed avere un panorama completo di questa letteratura storicamente affollata, stratificata e in continuo fermento. Al centro c’è il discorso sulla sostenibilità di una proposta non sempre accattivante per il mercato italiano, in cui lo sforzo editoriale diventa sempre doppio: gli autori vanno sempre raccontati, contestualizzati, soprattutto appartenendo a una letteratura lontana che non sempre è capace di parlare direttamente ai lettori e alle lettrici italiane. Penso ai (soli) tre libri tradotti di un grande autore come Daniel Sada, agli introvabili lavori di Macedonio Fernández o a «Los Sorias», il capolavoro di oltre 2000 pagine dell’argentino Alberto Laiseca. Potrei sicuramente citare altri esempi, allungare una lista infinita di voci da dover consacrare e da accompagnare in un mercato già saturo.

La pubblicazione di una grande autrice come Cristina Peri Rossi si deve a SUR, l’editore che meglio ha lavorato con continuità sulle proposte dal Sud. «Il museo degli sforzi inutili» fu l’ennesima raccolta di racconti che puntò i riflettori su quella che sarebbe diventata una pioniera, nonché una figura di riferimento per molti.

Nata nel ’41 a Montevideo da una famiglia di migranti italiani, dagli anni ’60 Peri Rossi cominciò la sua militanza politica seguita da una folta e pungente attività giornalistica. Dopo la pubblicazione dei primi racconti, nel ’68 – per «Los museos abandonados» – le venne assegnato il Premio de los Jóvenes de Arca, uno dei più prestigiosi riconoscimenti per la letteratura in Uruguay. Impressionante sapere come tra la giuria dello stesso ci fossero autori del calibro di Eduardo Galeano e Juan Carlos Onetti, l’ennesima conferma di un riconoscimento cristallino.

La fuga arrivò nel ’72, dopo la pubblicazione delle poesie erotiche contenute in «Evohe», vero e proprio testo emblematico della poesia sudamericana dello scorso secolo. Il paese stava cambiando, la dittatura era arrivata e la nave per l’Europa divenne inevitabile.

I racconti racchiusi in questo strano museo sembrano legati alle storie dei vivi, sondano imperturbabili in realtà altre che poi sono forse la nostra. Ne parla anche Coetzee, descrivendo il tutto come un insieme di storie delicate e al tempo stesso metafisiche, ma raccontando al lettore di come leggere Peri Rossi sia guardare un esperto soffiatore di vetro. Proprio il premio Nobel africano riesce a dare l’immagine più efficace di una maestra capace di fare la differenza nei dettagli, tutto cambia dall’attenzione al particolare. Non è un caso che, ad oggi, la sua casa a Barcellona sia piena di francobolli e piccole riproduzioni di velieri.

Per collezionare francobolli devi avere una buona vista e più passano gli anni per una scrittrice e più la vista si guasta. Quella che più mi piace è la mia collezione di barche: nel porto di Montevideo da una parte c’è l’Oceano dall’altra il Rio de la Plata che è grande come un mare. Da piccola, durante le domeniche della mia infanzia, ero solita salire sulle barche. Con la mia famiglia passeggiavamo per il porto e salivo su queste navi enormi, sui transatlantici. Che poi la storia di Montevideo è una storia di emigrazione e la mia idea di viaggio è stata sempre quella legata alle imbarcazioni. La storia mi diede ragione, durante il mio esilio a trent’anni il primo viaggio della mia vita lo feci proprio in barca. (Archivio / CanalSur)

In Seduta la voce narrante, durante una chiamata telefonica con il suo psicanalista, afferma di come si stesse approfittando di una pausa per cercare di introdurre la realtà in un bicchiere. Ed è questo uno dei tanti lemmi a cui risponde il manifesto di Cristina Peri Rossi, una delle tante operazioni svolte con gran facilità. Non sorprenderà guardare il mondo con i suoi conflitti attraverso la vasca dei pesci de L’effetto della luce sui pesci, guardarlo addirittura Sulla corda, da una prospettiva diversa che ricorda il più ispirato Cosimo Piovasco di Rondò.

Più volte mi sono interrogato sulla pulizia di una scrittura tanto semplice quanto stratificata, come a voler additare il trucco tra i suoi messaggi in continuo equilibrio tra significato e significante. Non tutto è come sembra, non è questo o quello che Peri Rossi ci vuole dire.

“Non sono niente di speciale, signora”.
“Soltanto un esperto organizzatore di tempo”.

Così la porta trascinata tra le strade della città di Parlare al muro potrebbe essere un corpo di donna, le pecore contate per conciliare il sonno in La pecora ribelle saranno la metafora di una vicenda di potere e violenza. Due pagine di racconto, giusto poche battute, potranno essere un modo per riflettere sul ruolo delle statue in una piazza o sulla condizione dell’essere straniero.

Peri Rossi pare fare sua la dimensione del vuoto: solo così non potremo essere riconosciuti da coloro che occupano gli spazi, da tutti quelli che ci circondano, forti e tronfi del solo diritto di occuparlo. Da quel vuoto l’esercizio è quello dell’addizione. Aggiungendo strati su strati di idee originali, servendosi dell’ironia, della spietatezza e del grottesco la scrittura e il linguaggio diventeranno i veri protagonisti, gli unici appigli per l’analisi della realtà.

Camminavo. Mi sentivo bene con il linguaggio. (…) sapevo che il mio andare portava solo all’interno delle parole, che è il luogo in cui mi sento al sicuro.

Quando nel ’68 Julio Cortázar lesse «Los museos abandonados», quello che ad oggi potrebbe essere considerato il vero esordio di Peri Rossi, scrisse di aver dovuto buttare via la prima versione del suo «Libro di Manuel». I due condividevano i temi principali come l’odio borghese, le convinzioni comuniste, la condizione delle donne, ma non solo. Peri Rossi condivise con Cortázar l’esilio spagnolo e quella che nel 2019 definì una storia d’amore “intensa e indimenticabile”.

Ora scrivo uccellini.
Non li vedo venire, non li scelgo,
d
i colpo eccoli’un tratto sono qui, sono questo,
uno stormo di parole,
che si posano
una
a
una
sui fili della pagina,
pigolano, becchettano, pioggia di’ali
e io senza molliche da dargli, li lascio
semplicemente venire. Forse
così è un albero

o forse
l’amore.

Julio Cortázar

(Salvo il crepuscolo. Traduzione di Marco Cassini)

Questa è solo una delle tante poesie che le dedicò Julio, uno dei tanti momenti di scrittura e di vita che i due ebbero modo di condividere.
Oggi la scrittura di Peri Rossi continua a navigare a vista, nel 2021 ha ricevuto il Premio Miguel de Cervantes, il maggior riconoscimento legato alla lingua spagnola. Lei divisa tra più memorie e più continenti, tra un prima e un dopo, tra un sopra e un sotto la superficie della realtà. Ancora oggi trova una mappa da seguire, mi piace pensare lo faccia con l’esperienza che contraddistingue i grandi navigatori.

“Ma forse chi non è straniero non porta una città dentro di sé” rifletté ad alta voce.
“Non sogna topografie sconosciute”.

Ho sentito di una leggenda che dice che chi in casa non ha imbarcazioni si espone alla sfortuna, sicuramente questo non è il caso di Cristina Peri Rossi. Non lei il cui capolavoro dovrebbe essere «La nave del los locos», la stessa che nel suo Il senso del dovere avanza come una cattedrale liquida verso i bagnanti e di rimando verso i suoi lettori, così come è tutto il suo museo stracolmo di melanconie (forse?) inutili. Nascendo sempre dal silenzio, da ignoti abissi.

Autore: Cristina Peri Rossi
Traduttore: Vittoria Spada
Editore: SUR
Collana: Collezione SUR
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tag #Barcellona #Montevideo #Spagna #Uruguay

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