Julia Armfield: Le famiglie non affogano tutte allo stesso modo.
Di Julia Armfield avevo sentito parlare un gran bene: classe ’90, con tre libri all’attivo, già si menzionava come una delle voci più interessanti del panorama letterario inglese. Poi grazie a «Riti privati», il suo secondo romanzo pubblicato da Mercurio Books, ho capito il perché di tanto entusiasmo.
Tra gli ospiti internazionali della XXXVIII edizione del Salone del libro di Torino, Armfield ha raccontato dei suoi riti inediti, di questa nuova storia perturbante che coinvolge tre sorelle e la morte di un padre architetto. Il mondo è sommerso dall’acqua, il livello sale di giorno in giorno, così come le preoccupazioni, le voci dal passato, ma soprattutto le case, molte delle quali sono state progettate proprio da quel padre così ingombrante.
Al centro di «Riti privati» ci sono i sentimenti di una contemporaneità sempre più complessa, ma soprattutto un immaginario distopico che si avvicina sempre più alla nostra realtà. Sullo sfondo la pioggia e la desolazione, in primo piano i cuori di chi porta un peso e non sa se affogherà nel grande mare delle relazioni.
Non si tratta di quel libro da leggere per ritrovare gli elementi appassionanti della letteratura di genere, per la storia apocalittica piena di ritmo e colpi di scena. Le tre sorelle sono le protagoniste di uno squarcio emotivo fatto di pensieri profondi, di esitazioni, di esternazioni irose, di desideri nascosti. Armfield ci porta a lezione e ci mostra come un rito celebrare collettivo, se esaltato da una grande scrittura, possa diventare qualcosa di più.
Fissò quella cima dal finestrino e pensò alla forma che le cose prendono nell’acqua, il modo in cui le figure appaiono meno certe se spinte sotto la superficie, i contorni allentati, sfaldati.
La incontro dopo la presentazione, prendiamo appuntamento per il giorno stesso, ma prima rimango impressionato dalla sua consapevolezza, dal raccontarsi ai numerosi lettori del Salone, con uno sguardo super lucido sia rispetto la tradizione letteraria e i riferimenti dietro il suo libro, sia rispetto il suo ruolo come scrittrice. Anche nella sala, come già successo dopo la lettura del romanzo, penso che il livello di maturità è alto, penso che ci troviamo davanti a quella che non può e non deve essere definita “una giovane autrice”. La ragazza dimostra di saper navigare, non come molte colleghe o colleghi della stessa generazione, quelli che sono grandi promesse e di cui si aspetta il libro che li consacri tra i grandi. Qui siamo già nel vasto mare degli imperdibili.
Così, allo stand Mercurio, abbiamo parlato di solitudine, di apocalisse, ma soprattutto del processo di scrittura e di quanto sia difficile restare a galla quando ciò che portiamo nel cuore ci trascina verso l’abisso.

Questo spazio si chiama Un antidoto contro la solitudine, proprio la solitudine mi sembra un tema che attraversa i tuoi libri compreso questa storia di riti privati. Perché è così importante per te?
Intanto grazie perchè è una domanda veramente buona. Come ho detto durante la presentazione io scrivo per capire cosa penso delle cose e anche di cosa ho paura, ed essere soli è una paura universale. Quello che accomuna romance e horror è proprio la loro radice: la paura della morte, della solitudine. E questa cosa è fortemente presente nei miei romanzi, la paura di essere da soli.
Siamo nel tempo il cui il premio Nobel è stato vinto da László Krasznahorkai, da uno che ha fondato tutta la sua opera sul racconto dell’apocalisse che oggi è diventata ancora più realtà. Tu, con modalità diverse, ma sia per sguardo che per influenze fai parte di questi scrittori, ma potremmo semplicemente dire che la tua voce più di altre racconta della nostra desolazione contemporanea. La tua è una propensione naturale o c’è proprio un’intenzione di scandagliare l’apocalisse?
Scusa il gioco di parole: mi piace l’idea di scrivere quello che voglio scrivere su come vivere ora, quindi non è possibile non parlare della contemporaneità e di quello che ci accade. Ho la sensazione che intorno a noi ci sia una strana anticipazione perché andiamo avanti con le nostre giornate, tentando di portale fino al fondo e pensiamo alle nostre cose banali di tutti i giorni senza poi poterci dare la possibilità di guardare a cosa ci sia intorno a noi, a cosa c’è di fronte a noi e penso che il racconto dell’apocalisse non faccia per niente parte di qualcosa di fantasy, ma sia realismo politico. Credo sia impossibile non raccontare il contemporaneo e quindi anche l’apocalisse.
Le case, quello che dovrebbe essere il luogo degli affetti è circondato dall’acqua. Ma la vita, come l’amore sembra possano galleggiare nelle tue storie. So che ti chiedono sempre di parlare dell’acqua e del suo significato, ma non è quello che ti chiederò io.
C’è però un aspetto sul quale ho riflettuto leggendo il romanzo: l’acqua non la puoi imprigionare, non la puoi afferrare. Così come non possiamo fare con i sentimenti. La tua è un’intenzione? Attraverso le tue narrazioni acquatiche come è cambiato il tuo rapporto con l’acqua?
Capisco quello che intendi perché effettivamente l’intangibilità dell’acqua è sempre più presente nei miei libri e nel mio lavoro. C’è un’immagine nel mio primo libro, «Le nostre mogli negli abissi», che richiama al romanzo «Avviso ai naviganti» di Annie Proulx, che vi consiglio di leggere e c’è qui in questa scena l’acqua che si congela. Quello che noi carpiamo come lettori è una finta solidità, perché pensiamo che ci potremmo camminare sopra, ma in verità non è così. Questa immagine mi accompagna da sempre, è qualcosa su cui io continuo a scriverci intorno ma non tanto perché il mio lavoro stia evolvendo, ma perché effettivamente è un’immagine che io continuo a inseguire in una qualche forma. Così come mi interessa studiare la superficie e quello che c’è sotto.

Proprio perché continui a guardare sopra e sotto questa superficie c’è una parte di «Riti privati» che più ti ha messo in difficoltà o che rappresentava un ostacolo?
L’idea che nella letteratura ci sia una responsabilità non mi convince, la trovo posticcia e poco saggia. Però allo stesso tempo mi chiedevo anche: “Ma perché qualcuno dovrebbe avere interesse verso la storia che sto raccontando?”. Sto raccontando di persone benestanti che stanno affrontando questa crisi climatica, ma sono comunque benestanti e temevo che quindi questa direzione avrebbe potuto non risuonare con le altre persone. Per me è stato necessario andare oltre, dando più spessore e raccontare ad esempio la Città o raccontando anche le partner delle mie rispettive protagoniste. Così anche tutte le altre persone sono colpite da queste situazioni e da questo clima e solo così ho avuto la possibilità di dare più profondità e anche di dare di più voce alle mie protagoniste.
L’hai appena citata: la Città è il quarto protagonista di questo libro. Arrivi da una tradizione inglese dove un certo China Miéville ha scritto un romanzo sovrapponendo due città creando una nuova scuola per l’archittettura narrativa delle metropoli future. Come si racconta una città e come si gestisce un personaggio così vasto e ingombrante?
È stato un sollievo potermi dedicare alla città perché mi ha permesso di avere del tempo lontano dai protagonisti, dalle sorelle che sono personaggi umani. Ho provato una strana tenerezza per questa città perché mentre gli altri personaggi umani sono capaci di crudeltà, di commettere azioni cattive, la città come la natura non ne sono capaci in generale come entità. Però per evitare che diventasse troppo, che mi sopraffacesse l’ho gestito esattamente come ho gestito la trasformazione del corpo di Leah ne «Le nostre mogli negli abissi»: c’è una vera e propria espansione. Pensarla così, come un corpo in espansione, mi ha permesso di tenere sotto controllo questo tipo di personaggio.

Mi sei sembrata un’autrice che ha una consapevolezza di se stessa e della sua scrittura incredibile, anche alla luce della tua giovane età. Poi certo siamo coetanei è vero, questo potrebbe voler dire che sono giovane anche io.
Ci sono tanti aspetti della tua poetica che mi piacerebbe affrontare, ad esempio le atmosfere così personali, quelle che sei riuscita a trasformare in un marchio di fabbrica. Per crearle parti più da un’immagine o da un’emozione, uno stato?
Effettivamente è come se avessi delle immagini, come se fossero dei film e anche questa volta è stato il punto di partenza di «Riti Privati». Avevo questa idea della casa e questa immagine di vedere dal vetro, ma soprattutto vedere se stessi riflessi. E quindi penso sia molto semplice per me scrivere così, visivamente, perché è il modo in cui sento.
Voglio lasciarti come una provocazione.
Ok, sentiamo.
Volevo sapere se in questo momento nella tua letteratura, prendendo come riferimento imprescindibile Anna Karenina in cui tutte le famiglie sono infelici a modo proprio, può essere percorribile una visione dove le famiglie – dopo avermi mostrato che i sentimenti possono essere come il moto delle onde – a un certo punto affoghino tutte allo stesso modo. Ci stai dicendo questo?
No, ritengo che la famiglia nucleare tradizionale sia una trappola e quella sì che può farti affogare. Ma le famiglie non affogano tutte allo stesso modo, ma possono farci affogare. Una metafora chiave all’interno del libro è il fatto che la casa e la famiglia possano essere la stessa cosa: perché innalzare la casa potrebbe portarci alla salvezza, proteggerci, ma in verità può farci affogare di più.
Traduzione: Nicole Spallina
Autore: Julia Armfield
Traduttore: Ilaria Oddenino
Editore: Mercurio Books
Credit foto copertina: Luca Ortolani
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