La perfezione del tiro. Il cecchino di Mathias Énard

Fu Stephen King ad avvicinarmi per la prima volta alla preparazione del tiro impeccabile. Lo fece con L’acchiappasogni, uno dei suoi libri meno riusciti secondo i lettori più accaniti, ma proprio tra quelle pagine mi immedesimai con fare sorpreso nella preparazione di un vero tiro di fucile. Ricordo la neve e un albero sul quale era nascosto il mio sguardo alla spasmodica ricerca di un cervo. Ricordo soprattutto la concentrazione necessaria per sentirsi parte stessa dell’arma e del mondo che ti circonda. In quel momento capì che non bastava tirare un grilletto, capì anche come c’erano alcuni alieni felici di nascere sfruttando la nostra cavità rettale ma quella vi assicurò che è proprio un’altra storia.
 
Al momento ci interessa il tiro, quel gesto così complesso preso a cuore anche dal protagonista de La perfezione del tiro, l’ultimo lavoro di Mathias Énard pubblicato in Italia da Edizioni e/o.
 
 
 
Potremmo spendere tante parole su Énard, dovendo però avere la consapevolezza che non possano bastare per descrivere uno degli autori europei più importanti della nostra contemporaneità. Francese di nascita ma cittadino del mondo, sempre diretto verso nuove mete, così come le sue storie: dalla Russia alla Spagna passando per generi diversi senza mai perdere uno sguardo letterario profondo e originale.
 
È la voce di un cecchino a guidare questa vicenda di conflitto durante un imprecisato e costante scontro mediorientale. Una prima persona onesta, quella di un uomo, dei suoi tetti e del suo famelico fucile.
 
L’impatto, la realtà del sangue, i pochi secondi di morte, di vita in cui tutto si confonde, ecco cos’è importante. Poco conta come lo ottieni. La maggior parte di quelli che ho ucciso hanno vissuto solo nei tre secondi in cui li ho guardati. Sono fantasmi, personaggi, maschere incapaci di vedere. Li guardo e li faccio vivere, li uccido e li animo. È una contraddizione, qualcosa che non afferro del tutto nemmeno io. Ma andrò fino in fondo.

L’aspirazione dell’assassino sembra quella di dover far vivere le persone, anche solo per una manciata di secondi, di destarle dal torpore del mondo di fronte alla soglia della morte. Lo stesso assassino che comincerà a sentirsi vivo dopo l’incontro con Myrna, una giovane ragazza minorenne con il compito di aiutare la madre di quest’ultimo.

Come non pensare subito a una dinamica lolitiana, questa sarà sicuramente la prima intuizione dopo essersi approcciati a questa storia così dura. La perfezione del tiro è però altro: non è solo la descrizione di un rapporto tra età lontane e tabù, ma è una discesa nella psiche di un uomo piegato dalle esperienze inevitabili della vita. Un romanzo che si fa contenitore di domande profonde, di continua interrogazione dell’inconscio.

Il desiderio di un corpo, di un viso, di una bocca è solo la parte tangibile dell’oscurità che ci abita, è un vulcano che dall’oceano erutta intorno al cratere lapilli e cenere;

Mathias Énard durante la 30esima edizione del Salone del Libro di Torino


Le pagine avanzano tra le ombre dei vivi e dei morti, mentre Énard continuerà la sua discesa verso la perdizione. Molte saranno le scene di estrema fragilità e di estrema violenza (mai ingiustificate), le ferite cominceranno ad essere aperte, vivisezionate.

Eccole, le ferite nascoste che ci spingono inesorabilmente verso l’abisso, si sono sviluppate come un cancro nella memoria e nella coscienza, e ormai niente può più guarirle. Ci accorgiamo di loro qualche tempo prima della fine, capiamo il momento in cui ci sono state inflitte, indoviniamo il loro effetto sotterraneo sulla nostra traiettoria, il destino che intessono e che senza saperlo approviamo.

Dal pensiero a Lolita, al trovarci tra le mani un personaggio che par essere uscito da un libro di Dostoevskij. Cambierà si l’ambientazione, ma l’ambizione, il tormento, la costruzione psicologica e lo sguardo sul male rimarranno quelli della grande letteratura introspettiva.


La perfezione del tiro è l’esempio di come, al di là di Dostoevskij, si possano costruire libri capaci di sollevare le stesse domande del passato in una prospettiva di piena modernità come quella del conflitto di guerra odierna. L’uomo in essa non cambia, come non cambia il nostro cuore, così come la voce che ci chiama ogni giorno verso la via del non ritorno.

I fantasmi di tutti quei morti, gli echi di tutte quelle grida mi attirano piano verso di loro.


Il cecchino di Mathias Énard si prepara, pulisce ogni componente della sua arma, cerca la giusta concentrazione. Nel mentre scopre di amare e il peso dei suoi fantasmi, dei fantasmi di tutti noi.

La perfezione dell’ultimo tiro è il grado massimo di ogni percorso. Potrebbe essere indirizzato al passato, alle ombre che ci hanno formato, alla voglia di liberarci dei dolori profondi. Ma Énard lo sa bene, i fantasmi non si possono eliminare. Sono i fantasmi che troppo spesso uccidono e la perfezione dell’ultimo tiro colpisce solo il nostro riflesso.