La porta dell’alba: l’amicizia di William Sloane

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Attendevo «La porta dell’alba» con un misto di curiosità e di irrefrenabile attesa, da quando William Sloane è diventato una delle scoperte più inattese degli ultimi anni. Mi ero innamorato con il suo «Attraverso la notte», il romanzo con cui Adelphi ha puntato al recupero di questa voce sconosciuta a quasi tutti gli amanti della letteratura di genere.

Molto è stato raccontatoqui, ma rimane necessario contestualizzare il profilo di questo professore americano che negli anni ’30 scrisse due libri di poco successo e di come tornò a insegnare dedicandosi sempre all’editoria ma con ruoli diversi – più accademici e politici -, per cui sposò la convinzione di una cultura che contrastasse la visione guerrafondaia dell’ennesimo e imminente pre-conflitto mondiale.

L’America era uscita dalla sua Grande Depressione, mentre il cinema trovava uno dei suoi periodi di massimo splendore, l’ombra della guerra tornò a manifestare presentimenti spaventosi portando fuori il paese da un isolazionismo prolungato. Dal punto di vista letterario si arrivava da una lunga tradizione tutta lovecraftiana, dal ciclo di Cthulhu (iniziato negli anni ’20) fino a quelle montagne della follia che dopo il grande insuccesso – proprio in quel terzo decennio – misero in discussione anche l’autore di Providence. Non c’era una vera e propria direzione, se non un convinto estro sociale, ed è vero che il Furore di Steinbeck sarebbe arrivano di lì a poco, ma il fantasmatico di Faulkner era già nato, così come era mutato anche il giallo più tradizionale: grazie ai primi racconti di Raymond Chandler si arrivò all’hard-boiled con i suoi commissari spietati e la sua critica sociale.
William Sloane si muoveva tra tutto questo durante la stesura dei suoi due e unici romanzi, tra la sua insoddisfazione, la forte tradizione del passato e un panorama contemporaneo senza nessuna regola, se non quella del grande e atavico mistero umano.

Come «Attraverso la notte», «La porta dell’alba» in un periodo di conflitto, di milioni di morti, di uomini che uccidevano uomini, rispose con il focus sull’amicizia al maschile. Se nel racconto notturno c’era il suicidio dell’amico-fraterno, alle porte di questa alba ho trovato due professori di età diverse. Richard Sayles potrebbe essere considerato prima allievo e poi amico di Julian Blair, entrambi sono stati innamorati anche della stessa donna, quella Helen che scelse il più maturo ma che non spezzò l’amicizia, il rispetto e l’amore di quel triangolo degli affetti. Non come fece la sua morte, stringendo tutti in una morsa di dolore, in particolare Julian, l’uomo di scienza pronto a fare tutto pur di poter riabbracciare la sua amata. Ma qual è il prezzo per poter stringere nuovamente l’amore quando è la paura a separarci dalla felicità delle nostre vite?

Quella barriera era la paura. Si può amare quando si ha freddo, quando si è affamati, tristi o vagamente in ansia e persino quando vi si annoia, come dimostrano tante lune di miele, ma non quando si è terrorizzati. E io lo ero.

Siamo nel Maine di Stephen King, proprio la voce che più si è spesa nel caldeggiare Sloane. Barsharm Harbor è una piccola comunità nella quale Julian, accompagnato da Anne, la sorella minore di Helen, si è ritirato per lavorare al suo grande e pericoloso esperimento. Al momento sembra essere bloccato e ha bisogno di aiuto, da qui la necessità di richiamare Richard. Dopo anni di silenzio i due si ritroveranno dentro le mura di una casa misteriosa, buia, costruita sul letto di un fiume. Richard non solo ritornerà a un dolore passato, ma verrà coinvolto in un mistero che abbraccia gli affetti e le strane donne che abitano quella struttura che, anche solo per la sua decadenza e la lettera pronta a richiamare il protagonista della vicenda, ricorda la ben più famosa Casa Usher di Edgar Allan Poe.
I riferimenti comunque non si fermano qui: c’è il giallo a camera chiusa che coinvolge l’intero paese, quasi come se Shirley Jackson prendesse un caffè con il Frankenstein della Shelley e stesse costruendo una delle sue storie nei territori tanto cari a King, il cui debito rispetto a Sloane – nella vena più orrorifica e nella costruzione di una comunità inquietante – risulta più evidente. Ma non manca anche la fantascienza più pura, su tutti come non pensare a H.G. Wells e la sua macchina del tempo, al suo viaggio senza più ritorno.

Anne fu scossa da un brivido. «La gente di qui…». Parlava a voce bassa. «Questa gente ci odierà in ogni caso».

Il libro mette ancora al centro il fine lavoro psicologico, non è un caso che Carl Jung, dopo aver letto la versione teatrale e precedente a quello che sarebbe diventato «La porta dell’alba», rimase colpito dall’idea di quell’anima come archetipo distinto e staccato dal corpo che anche lui da psicoterapeuta condivideva. La modernità continua ad abitare le pagine delle storie di Sloane, si ha ancora la sensazione di star leggendo una vicenda che potrebbe essere stata scritta giusto da qualche decennio. Vuoi per la traduzione di Pannofino, vuoi per i dialoghi meno ironici del romanzo precedente, ma comunque pungenti e con tanto di imprecazioni all’alto di quei cieli tutti da esplorare, senza nessuna paura, con la fame di un progresso scientifico che affianchi l’uomo nella regione sempre più buia del cuore.

Non è horror, non è giallo, non è fantascienza pura. Siamo di fronte a un altro ibrido, sicuramente meno orrorifico del precedente e più influenzato dalla tradizione del mondo altro. Si apre quella porta che spaventa molti autori, quella che King stesso non sempre è in grado di attraversare, terrorizzato dalla descrizione di tutto ciò che abita oltre l’uscio. L’alba illumina l’amore tra Richard e Anne, tra Richard e Julian, tra tutti loro e il ricordo di Helen. Tutto mentre suoni mostruosi spingono la barriera della realtà, testimoniano la presenza di un’alternativa di difficile accettazione.

Quello che il lettore potrà accettare, oltre la limpida bravura di una voce tutta da riscoprire, è la potenza di questi ibridi e della forza di questo amore tutto al maschile ancora oggi non facile da trovare in molte delle narrazioni contemporanee. C’è sì l’etica e il peso del progresso, c’è uno sguardo sulla società e le sue dinamiche di diritto, ma non si dimentica del rumore di quel cuore che sempre governerà il mondo.

«Attraverso la notte» rimane forse il vero capolavoro dell’autore americano, ma la storia di questo confine tracciato sulle sponde di questo fiume corrente dimostra ancora un immaginario non solo teatrale, ma cinematografico. Solo qualche anno dopo, nel 1941, arrivò su schermo, in un film diretto da Edward Dmytryk (oggi disponibile gratuitamente).

La bellezza doveva salvare il mondo, ma è l’amicizia che tra queste storie sembra poter riuscire dove molti avevano fallito. Sempre mentre fuori il conflitto dilaga, sempre con l’idea di un libro che sappia riflettere su quello che ci abita e che di riflesso abita un mondo complesso. Leggere Sloane è imparare come al buio o alle luci dell’alba, l’unico rumore che può spaventare è quello di un cuore pulsante, simbolo di vita e di decisioni viscerali. Seguire il cuore ci conduce all’orrore o all’amore, ma saperlo anche ascoltare ci libera dalla paura, ci porta verso la casa luminosa e qualche volta sofferta del domani.

Autore: William Sloane
Traduttore: Gianni Pannofino
Editore: Adelphi
Collana: Fabula
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tag #Americana #Fantascienza #Horror #Weird

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