Malinconia dei confini: il NORD di Mathias Énard
Essere uno dei migliori autori europei dei nostri giorni ti mette nella condizione di doverti riconfermare, di continuare, libro dopo libro, a produrre storie di alta qualità. Énard, da oltre vent’anni, esplorando le varie forme del romanzo si è conquistato una posizione di privilegio nella partita delle grandi eccellenze. Ma ora qualcosa è cambiato.
Con «Malinconia dei confini» (Edizioni E/O) torna Mathias Énard con un progetto ambizioso: quattro libri dedicati al concetto di confine, di frontiera, di limite. Una tetralogia con l’intento di seguire il connubio tra letteratura e vita, attraversando i quattro punti cardinali della nostra contemporaneità.
Per Énard la letteratura è – da sempre – sinonimo di presente, per lui che con il suo ultimo «Disertare» aveva nuovamente dato sfogo al suo carattere ibrido, guardando al rinnovato clima di guerra e al suo rapporto con il nostro sguardo. Sia un romanzo ad ambientazione mediorientale, una storia di viaggio smaccatamente russa, un testo in cui la poesia entra e ci racconta di emozioni e sentimenti di grandi uomini del passato, Énard non si è mai fossilizzato sulla forma. Mai però avevo imboccato la strada di uno dei generi d’eccellenza del panorama francese: l’autofiction.
Si parte dal Nord, da un autunno berlinese, lo si fa con una malinconia già annunciata dal titolo e dal luogo. Quella Germania definita come il paese dei racconti crudeli e delle insidie della notte, lo sfondo ideale per inserire una prima voce narrante grazie alla quale interrogarsi sul concetto di cancellazione. Nei prossimi anni seguiranno un’estate nella penisola iberica (Sud), una primavera tutta balcanica (Est), fino ad avvicinarci al temibile inverno americano (Ovest) che continua a indirizzare l’assetto geopolitico.
Di tutte le frontiere varcate dai viaggiatori, quella del tempo è la più comune.
Il racconto vede Mathias recarsi in un ospedale fuori dalle porte di Berlino, la città divisiva per antonomasia, quella dell’ex-muro, quella rappresentativa di un’Europa spaccata. Una delle sue più care amiche è ricoverata e le condizioni sono molto preoccupanti. Il viaggio è lineare, spoglio: dall’ospedale – andata e ritorno – fino alla città, verso una libreria, con tanto di pausetta alcolica per aiutare la flânerie, la passeggiata della tradizione francese atta a perdersi per riscoprire, per afferrare la meraviglia che ci circonda. Siamo però in una città particolare, avvolti da ricordi d’amicizia e sinistre sensazioni, immersi nella pioggia e in quel complesso romanticismo tedesco tutto da analizzare. Come i soldati tedeschi siamo condannati a passare senza lasciare il segno, l’oblio e la sparizione sembrano i primi antagonisti e “solo la letteratura, nel suo caleidoscopio di possibili, può considerarli per quello che sono, dei corpi scomparsi, delle figure mostruose, dei legami perduti con il passato”.

Ma cosa c’entrano i soldati?
Quando l’Europa continua a seminare morti nei campi del conflitto.
E il discorso tragico del lager?
Quando l’Europa continua a scrivere l’Iliade.
Ha senso parlare ancora di frontiere?
Quando frontiera è diventato sinonimo di guerra, quando ogni guerra continua a spostare i confini.
Ci sono in noi linee invisibili che varchiamo senza speranza di ritorno, pensavo mentre il nevischio faceva più fitta la notte berlinese. Ci sono momenti in cui, come un paese di colpo lacerato dalla guerra, ci spezziamo, ci apriamo in due lungo una linea di faglia che preesisteva in noi, invisibile. Alcune frontiere diventano spacchi che ci separano da noi stessi.
«Malinconia dei confini» risulta alla fine il libro più complesso di Énard, forse il più denso, ma sicuramente quello che più mi ha fatto sentire inibito di fronte alla conoscenza di questo grande autore. Al centro c’è un’originaria idea di autofinzione, per la quale noi NON leggeremo di una voce che ci racconta l’atto intimo (che ha fatto la fortuna di Annie Ernaux) legato alla vicenda contemporanea (seguendo la tradizione di Emmanuel Carrère), ma di una prima persona che sonda socio-storicamente il concetto di passato e letteratura. Tra queste pagine non c’è la storia dell’autore, ma un frammento di vita sfumato, ancora da processare, fondamentale per raggiungere un cuore tanto filosofico quanto letterario del nostro essere.
L’errore è quello di leggere il libro pensando al Kolchoz carreriano, quello legato più a una forma egoriferita (ma comunque efficace perché in grado di trasformarsi in colletiva).
La vera tradizione di riferimento è qui quella di W.G. Sebald di libri come «Austerlitz» o «Gli anelli di Saturno», di un’indagazione dotta in cui la musicologia può abbracciare l’antropologia, che non dimentica la storia personale, ma che comunque si ricorda della vera protagonista delle nostre vite: la letteratura. È quindi scorretto, nonché miope paragonare – come già ho letto molto in rete – questa melanconia al lavoro di Carrère. Perchè il grande re dell’autofiction e dell’autocritique – che anche il sottoscritto ama – vuoi per vissuto, per esperienza e differenza di sguardo non sarebbe in grado di costruire un libro di tale raffinatezza.
Raccontare significa superare la distanza che ci separa dall’assente; attraverso il linguaggio, nascondere il reale nell’irreale (…) Tutto ciò che entra in letteratura varca i confini del mondo dei fantasmi e, penetrando nell’universo del linguaggio, abbandona la propria spoglia carnale.
Énard mi ha ricordato che la letteratura è una faccenda di ostinazione, di perseveranza, di margini e di battaglie perse. Riesce ancora a dare forma all’oblio perchè ancora oggi cresce nei solchi mortali, nella nebbia delle grandi domande. Riesce addirittura a diventare essa stessa “quella forma sublime di oblio che è la memoria, che è un libro”.
Gli stimoli non finiscono qui. C’è stato il momento delle grandi riscoperte letterarie: rendersi conto che l’altro grande romanzo su Stalingrado – oltre a Vasilij Semënovič Grossman – quello di Theodor Plievier, non viene ristampato in Italia da più di mezzo secolo. Rendersi conto che l’Énard lettore conosce e ama molti libri legati alla letteratura della resistenza italiana che non avevo mai sentito nominare. Per non parlare del livello stilistico, forse il più alto letto fino ad ora.

Non è per nulla facile raccontare il concetto di digressione enardiana, ad esempio anche voi potrete seguire un percorso che collega la poesia araba, il generale Al-Siqilli e il suo interesse per la forma delle nuvole, al Saggio sulle modificazioni delle nuvole di Luke Howard, passando per Goethe e la sua organizzazione celestiale. Tutto con naturalezza, senza che emerga nessuna manifestazione boriosa.
Sarebbe anche disonesto non dire come si perda un po’ il gusto per il grande plot, della grande storia appassionante a cui da sempre ci ha abituato questo autore. Non è sicuramente il libro adatto al primo approccio. Ma fa tutto parte del grande progetto e dell’intento generale, non a caso l’esperienza di lettura ci porterà comunque ad interrogarci sul concetto di finzione e sul suo rapporto con la realtà.
La finzione si scorda più in fretta della realtà?
Forse la malinconia di questo lungo viaggio cardinale è una delle risposte a questa domanda. La letteratura ci suggerisce Énard nasce tra tre poli: il vissuto, il ricordo e la scrittura. Qui il romanzo interviene e cerca di saltare la frontiera di quei tre paradigmi. A noi rimane l’immaginazione romanzesca, la potenza delle storie per superare quei fossati.
La finzione forse non si scorda così in fretta della realtà, ma perde elementi, perde storie, paure, cuori che battono e sospiri.
Viaggiando verso Nord, ho fatto mio un sentimento estraneo, quella malinconia di quando ci rendiamo conto di aver perso una cosa importante: un ideale, una foto o il cuore di una persona che ha smesso di lottare in quel tempo chiamato oggi.
Su Énard:
Combattere il presente. Disertare con Mathias Énard
La perfezione del tiro. Il cecchino di Mathias Énard
Autore: Mathias Énard
Traduttore: Yasmina Mélaouah
Editore: Edizioni E/O
Collana: Dal mondo
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Dalla Francia:
La perfezione del tiro. Il cecchino di Mathias Énard
Ci interessa il tiro, quel gesto così complesso preso a cuore anche dal protagonista de «La perfezione del tiro», l’ultimo lavoro di Mathias Énard pubblicato in Italia da Edizioni E/O.
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