Sciamani elettrici alla festa del sole: l’amore tribale di Mónica Ojeda

Mónica Ojeda Sciamani elettrici alla festa del sole Polidoro

Di Mónica Ojeda si è cominciato a parlare nel 2017, quando venne citata e inserita nella “Bogotá39”, la lista decennale di voci under quaranta più interessanti e promettenti in ambito ispano-americano. Al sottoscritto è arrivata qualche anno dopo, in piena pandemia, con uno shock: grazie al suo «Mandibula» (Polidoro Editore), Ojeda si era dimostrata una penna da seguire con ammirazione e costante curiosità per i lavori in divenire.

Ancora per Polidoro, dopo essere diventata la protagonista della collana de I selvaggi, torna la scrittrice ecuadoriana con «Sciamani elettrici alla festa del sole». Lo fa con una storia tribale di morte, musica e sorellanza.

Il setting è ancora una volta estremamente originale: l’anno del Signore è il 5540, la direzione è il festival Rumore solare, un vero e proprio rave tenuto alle pendici di uno dei tanti vulcani attivi. Noa e Nicole, in un mondo che si sta sgretolando decidono di fuggire e lasciare le famiglie alle spalle, una scelta forte presa da due ragazze stanche della città violenta, dei terremoti e del narcotraffico. Il viaggio dalle tinte mistiche sarà un modo per ritrovarsi e ritrovare un nuovo contatto con la solitudine, l’amore e un mondo sempre più svuotato di certezze.

Conoscevamo soltanto la violenza della natura e degli uomini, ma bramavamo l’allegria e il godimento. Una vita meno dominata dalla morte.

Ojeda porta il lettore verso l’ennesima dimensione altra, senza trascurare il suo gotico andino e senza perdere di vista il suo credo letterario: il dolore ti fa confrontare con ciò di cui hai bisogno. Così il dolore, nelle sue varie forme, diventa una porta per osservare la realtà, ma soprattutto noi stessi.

Sono ancora le donne ad essere le protagoniste delle sue narrazioni, il cuore pulsante da mettere alla prova, da riempiere e svuotare di sentimenti contrastanti. Così come era stato per gl’incubi e i desideri delle studentesse di «Mandibula», anche in questo caso sarà uno sguardo femminile a decodificare il mondo e il passato, permettendo al lettore di interrogandosi sul presente e sul futuro.
Noa, dispersa tra i vulcani, sta in realtà cercando il padre. Dopo essere stata abbandonata da piccola, dopo essere scappata, si affida ai ricordi, a tutti quegli appigli che scaturiscono da essi. Ma Ojeda non ha dubbi, non sempre possiamo evitare un certo destino. I ricordi non si possono scegliere.

monica Ojeda

Ognuno di noi porta addosso il proprio male e ci danza. Ognuno si muove sotto il peso che gli spetta.

Non si tratta di un estro tutto ecuadoriano, quello di rallegrarsi con una musica triste sonnecchiando ai piedi di irruenti vulcani. Gli sciamani sono pronti a guidare le danze, a ridestarci dal sonno di un sentire ormai sopito. Solo aprendo la mente, seguendo il ritmo di una nuova scoperta Noa, Nicole, Pamela, Mario e Pedro – i punti di vista, le voci narranti di questa vicenda – potranno accedere a tutte quelle visioni che non scaturiscono neanche lontanamente dall’immaginazione, ma da tutti quei sentimenti brucianti e taciuti.

Ritrovarsi è sinonimo di codificare, farlo significa mettere insieme i pezzi, capire l’astratto, accettare l’altero. Sui vulcani il lettore afferrerà le parole, a ritmo di musica cercherà un ordine. Scoprirà come la poesia e la musica attirano chi si è perso e ha bisogno di ritrovarsi. Quante volte ci perdiamo nei libri e in una canzone? Quanto ci affidiamo a parole altre per specchiarci nei nostri dolori?
Ma nulla è come sembra, Noa e Nicole impareranno come la poesia nasca dalla lingua dei morti e dai sogni dei vivi. Raggiungere una nuova strada di pace significa abbracciare anche l’invisibile, l’ombra di un cuore che parla una lingua ormai perduta.

Ojeda sceglie di immergersi in una visione futura, come se adesso non fossimo ancora pronti, e – nel farlo – abbraccia e sfrutta il potere delle sottoculture. In particolare tutto il mondo del free party, di quella grande famiglia che dietro alla vibrazione, ai bassi, aspira all’avvicinamento del divino. In questa storia neanche Dio sembra non poter scappare dalla realtà delle cose.
La sottocultura si fa simbolo di rottura, nemica principale delle regole e della società. Ed è importante scriverlo, oltre che ballarlo. È importante lasciare un segno per comunicare, per proteggerci e per violare la divinità del silenzio.

Scrivere non è come parlare: è stare vicino a Dio. E anche nella menzogna, ma quando la parola viva compare, tutto il falso diventa vero.

Sciamani elettrici alla festa del sole l'amore tribale di Mónica Ojeda

Una verità insondabile c’è, ed è quella legata ad alcune voci del mondo ispanico molto più affermate come quelle di Mariana Enríquez o di Samanta Schweblin, vuoi per questioni anagrafiche o per numero di libri pubblicati. Spesso vengono dall’Argentina, alcune più commerciali nonostante le loro forme più orrorifiche, altre più di nicchia. Come non citare il caso dell’indefinibile Ariel Luppino.
La famiglia come la tradizione letteraria sembra la stessa, ma Ojeda arriva da una tribù diversa. La sua è la discendenza di Juan Montalvo, di un classico dall’Ecuador per il quale alla fine tutto era giustizia sociale, tutto l’oscuro è il mezzo per imbastire una critica. Pare che lei abbia scelto da subito la sua appartenenza, non solo per questioni geografiche.

La famiglia è quella che ci scegliamo. Solo scegliendo le persone del nostro amore potremo contrastare un passato decapitato e quel futuro armato di pistola che ogni personaggio di questo viaggio dovrà guardare in volto, fisso, senza distogliere lo sguardo.

L’affetto è fragile. Per proteggerlo, lo fingiamo.

Fingere è anche sfiorare la verità delle cose, farlo è affidarsi al linguaggio e non alle parole.
Sono parole d’amore sussurrate a un orecchio in allerta. Sono parole di una stregoneria antica, sopita nelle tradizione tutta al femminile di donne emarginate e violate. Sono lettere che messe insieme formano la parola speranza, soprattutto quando sono la distruzione e l’orrore ad abitare la realtà di tutti i giorni.

Mónica Ojeda rappresenta quella voce ispanoamericana immersa tanto nella letteratura di genere, quanto a una visione letteraria fatta di un femminile famelico. Si pensi al rinnovato successo di Florence + The Machine, all’immersione sempre più tribale di un’artista che appartiene a un altro contesto, a una tradizione lontana dagli incubi sudamericani. Eppure siamo ancora qui, a parlare sempre più di amore e di collettività. E nel farlo ci riscopriamo primitivi, insensati, urlanti di una rabbia sopita, di un’elettricità pericolosa.
Tranquilli, non si tratta di un trend, ma dell’esigenza di appropriarsi di una prospettiva altra di cui la letteratura di Ojeda sembra farsi portavoce.

Capire chi siano gli sciamani di oggi risulta un compito assai arduo, capire in generale qualcosa di una realtà sempre più artificiale si fa ancora più difficile. Con gli «Sciamani elettrici alla festa del sole» sarà però evidente un aspetto molto importante legato ai nostri cuori: la vicinanza dell’amore alla distruzione. Di quant’è vicino l’amore alla perdita.
E quindi non ha senso neanche parlare della struttura di un libro, di come Mandibula sia ancora il punto più alto della sua narrazione guidata da disparati punti di vista, delle sue parti più liriche, di quelle più o meno comprensibili. Non quanto alla fine è il cuore a diventare un rifugio, quando tutto ormai non ha più senso. Alla fine del viaggio ci rimane un breve rifugio familiare dove la musica danza.

Autore: Mónica Ojeda
Traduttore: Massimiliano Bonatto
Editore: Polidoro
Collana: I Selvaggi
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Andrea Pennywise

Set 23, 2015

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