Svegliarsi dall’incubo. Il sonnambulo di Stephen Graham Jones

Il sonnambulo - Stephen Graham Jones

Grazie a Racconti Edizioni ho conosciuto Stephen Graham Jones nel lontano 2016 e, da quel momento, è stato una sorta di segreto, uno di quei nomi da trattare con un misto di rispetto e di timore, come a custodire un artefatto tanto pericoloso quanto prezioso. Solo con «Il sonnambulo» ho riaperto un cassetto nero come la notte indiana, ho avuto il coraggio di allungare nuovamente la mano verso l’ignoto, per poi afferrare il tomahawk di quello che ad oggi è uno degli scrittori più talentuosi che ancora non conoscete.

«Albero di carne», il suo primo libro di racconti pubblicato in Italia, lo ricordo bene. Negli anni ho avuto modo di regalarne più copie e di affermare con assoluta certezza di avere stretto con eccitazione alcune delle più brillanti storie contemporanee legate al genere horror e non.
Ma dopo un grande entusiasmo, il silenzio editoriale. Almeno fino al 2023, quando per Fazi uscì «Gli unici indiani buoni», questa volta un romanzo. Lo stesso che al momento il sottoscritto ancora non possiede, forse per timore reverenziale, forse per qualche strana relazione legata al destino. Ho aspettato come se avessi paura di leggere Graham Jones in una forma più estesa, come un sonnambulo mi sono dedicato alla cascata di letture altre. Poi è successo che con l’ennesimo racconto di poco più di cento pagine ho aperto gli occhi, mi sono ricordato e svegliato pervaso da un’inaspettata scossa elettrica.

Stephen Graham Jones è avvolto da molte voci. Pare sia nato nel Texas degli Apache, dei Comanche e dei Cherokee. Dicono che sia cresciuto a pane, letture di genere ed Elvis. Dovrebbe addirittura collezionare stivali da cowboy e coltelli. Ma soprattutto: quando aveva 12 anni ha provato per un’estate intera a diventare un lupo mannaro. In lui si fondono le tradizioni della frontiera – quelle dell’America dei pick-up e dei serpenti a sonagli tanto cara ad autori come Percival Everett – a un respiro radicato alle tradizione dei nativi americani. Tra le sue pagine non mancano le piume, i racconti della notte e i sogni ad occhi aperti.

 © Jeremy Papasso Digital First Media Boulder Daily Camera via Getty Images

Le piume sono le stesse che vedrà Junior, quelle del padre danzatore powwow morto e riapparso una notte nella cucina della roulotte di famiglia. Sarà tutto vero? Un’allucinazione post-sonno? Forse il papà è tornato per stare vicino a Dino, il fratellino con problemi patologici. Il ritrovamento di una perlina, lì sul pavimento di quella cucina sarà la risposta, una perlina grande come il cuore di un figlio orfano, grande come il mondo intero.

Noi indiani, non ce li abbiamo gli angeli custodi.

Jones mi ha riportato alla tradizione fantasmatica, quella in cui la forma della speranza coincide con quella delle ossa dei morti dimenticati. Qui si apre una delle grandi possibilità della ghost story: sfruttare l’opportunità non sempre evidente della morte per poter essere tutto ciò che in vita ci sarebbe stato precluso. Solo così l’amore di un padre, la sua figura protettiva, si può trasformare analizzando la realtà e le ombre di un amore cieco. Così, all’interno della cultura nativa, ove è evidente il fallimento della figura angelica trionfa e si fortifica il rito totemico apparentemente assente da queste pagine. Il totem che rappresenta la centralità delle relazioni e del sogno diventa il primo fantasma della storia, lo spirito guida di una danza scalpitante e atavica.

Comunque risulta difficile collocare una voce così distante dal nostro immaginario, rappresentando anch’essa un unicum all’interno dello stesso panorama americano. Di gran diffusione anche in Italia sono diventate le narrazioni comunitarie di Louise Erdrich, della scrittrice tanto amata da Roth e ancora di grande attualità per il suo affiancamento politico e al racconto di come gli indiani stiano rispondendo alla famelica politica a stelle e strisce degli ultimi tren’anni. Tra le nuove leve impossibile non citare anche lo sguardo di Tommy Orange, più vicino all’Oakland e al respiro di una generazione più giovane. Ma Stephen Graham Jones non è niente di tutto questo, il suo è un rituale più legato al genere.
Joe R. Lansdale è sicuramente il punto di riferimento principale, lo stesso autore che negli anni più si è speso nel caldeggiare lo stesso Jones e con il quale condivide più che un intento letterario. Il risultato è un incrocio mostruoso tra una creature lansdaliana, spogliata però da qualsiasi verve ironica tanto cara all’autore texano, e un’altra voce ancora più orrorifica, quasi del tutto sconosciuta tra i lettori nostrani.
Owl Goingback è infatti il più horror degli autori che hanno contaminato la tradizione indiana, nonché il più vicino a Jones. Si guardi a libri come «Crota» o «Coyote Rage», veri e proprio manifesti di qualità gore e splatter. Qui troviamo finalmente il buon Stephen, sulla stessa strada tanto premiata da realtà, nonché istituzioni, come il Locus o il Premio Bram Stoker.

(…) si allungò per stringerci tra le braccia, fra la vestaglia, fra i capelli, e penso che sia qui che finiscono un sacco di storie indiane, con la luna, con un cervo o una stella che scende e rimette tutto a posto.
Sono storie di tanto tempo fa, però.
Prima che diventassimo grandi.

Il sonnambulo di Stephen Graham Jones Racconti

«Il sonnambulo» mette al centro i legami familiari, quello spirito amorevole nei confronti di un fratello in difficoltà, di una madre pronta farsi in quattro per mantenere i figli e il ricordo di un padre scomparso. Lo fa servendosi di uno stile senza fronzoli, lontano da una scrittura raffinata, ma comunque arricchita di frasi ad affetto pregne di sentimento. Come se Jones condividesse l’estro del Lansdale e del King più ispirati, con quest’ultimo poi, risulta essere uno dei pochi che così bene sanno interrogare il mondo dei più piccoli.

Un paragone forte penseranno i più, provate in prima persona vi suggerisco, abbiate il coraggio di tornare nei vostri orrori dell’infanzia.

Perché quindi continuo a sostenere – in luce di questa ennesima conferma – la tesi dello scrittore fuori dalle righe, di quello da attenzionare e stringere come un dono caduto dal cielo indiano. È tutta una questione d’intenti, c’entra il coraggio dei grandi scrittori: quello di riconoscere la potenza dei finali aperti, l’intenzione di servirsi di una letteratura che non dia risposte ma che sappia fare le giuste domande. State lontani voi amanti del razionale, voi sciocchi convinti di sapere tutto del buio delle vostre camere, ma soprattutto dei vostri occhi. Lo capirà anche Junior, lui con il suo padre fantasma e la sua vita piena di tempo ormai scomparso, come l’acqua del fiume, perso nella valle della memoria.

Graham Jones è lontano dalla politica dei suoi colleghi, predilige i meccanismi del cuore a quelli della società. Non è mai troppo tardi per svegliarsi nel pieno della notte, con il cuore pervaso da quel sentimento che dovremmo chiamare paura, ma che nonostante l’incubo, grazie a questo scrittore formidabile, mostra ancora un briciolo di speranza.

Autore: Stephen Graham Jones
Traduttore: Eva Allione
Editore: Racconti Edizioni
Collana: Scarafaggi
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tag #Americana #Dakota #Horror #NativiAmericani

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