Esordire in un mare nero. McGlue di Ottessa Moshfegh
Rifletto spesso su quelli che potranno essere gli autori e le autrici di domani, a tutte quelle voci che di libro in libro stanno spostando i riflettori su un certo modo di pensare, ma soprattutto di fare, le storie e la letteratura.
Ottessa Moshfegh è senza dubbio uno dei nomi che più stanno lasciando un segno nella nostra contemporaneità: giovane e già incisiva, con una produzione già corposa alle spalle, ha saputo trovare un gran bacino di lettori anche in Italia. Dopo anni arriva in libreria «McGlue» (Feltrinelli), il suo esordio, e così ne ho approfittato per leggere il libro da cui tutto è partito più di una decade fa.
Una delle caratteristiche di Moshfegh è la versatilità. Non c’è nessuna delle sue storie capace di ripetersi né negli intenti né nell’ambientazione, nel setting delle sue idee pazze. Così ci troveremo su una nave americana a metà del XIX secolo. Ad accompagnarci McGlue, un marinaio alcolista legato sotto un boccaporto, con la testa rotta e l’accusa di aver ucciso il suo migliore amico.
“Com’è il tempo?” gli chiede senza rifletterci. “McGlue,” dice. “Non significa niente per te”.

Tante volte sentiremo chiedere dove sia Johnson, ma forse per i fiumi di alcol, forse per il profondo cratere cerebrale, nulla verrà ricordato. È così che parte il gioco tra passato e presente, tra menzogna e verità, tra vita e morte. Uno sguardo annebbiato ai giorni andati e all’amore con l’uomo scomparso (forse assassinato), alternato a una vertigine di inspiegabile sofferenza dispersa in una cabina piena di vomito e solitudine.
Dopo averla mancata nel 2019, nell’unico incontro italiano dedicato a «Il mio anno di riposo e oblio», sono riuscito ad incontrare Moshfegh al Circolo dei Lettori di Torino e ad afferrare qualche informazione su questa novella.
Non possiamo infatti parlare di romanzo, ma di una serie di brani usciti per “Lit” e “Electric Literature” costruiti dopo aver letto un articolo dell’Ottocento che parlava di un omicidio. Tutto è stato amalgamato, tutto ha preso forma dai periodici che raccontavano degli avvenimenti torbidi dal Massachusetts. Ma nonostante non sia stata fatta una fine ricerca storica, non sono mancate le ingenti informazioni sulle rotte mercantili verso la Cina. Come se si dovesse ricreare con dovizia di particolari la routine di ogni attracco, della convivenza e la politica tra marinai rozzi, violenti e spiantati.
McGlue mi ha insegnato che il legame con la realtà è labile.
Ottessa Moshfegh
Il percorso più importante è quello che solcheremo percorrendo la membrana che separa il reale da quello che non lo è, da tutto ciò che alberga la nostra testa e i nostri sogni. È in quell’intersezione, in quel punto di ricostruzione della memoria, che la narrazione ci impressiona: sentiremo la puzza, osserveremo le carni putrescenti, ma soprattutto il rumore delle parole pronunciate dagli uomini di fronte a un destino già segnato.

La violenza di Moshfegh lascia sempre senza fiato, così come la sua indagine corporea, quella convinzione per la quale ogni persona avrà nelle sue narrazioni un rapporto organico con il suo corpo, proverà dolore fisico: tutto sarà metafora della sofferenza della vita stessa. Un modus così riconoscibile da rendere questa scarnificazione un vero e proprio marchio di fabbrica. Il lettore dovrà essere pronto a quello di cui parlava Roberto Bolaño in uno dei suoi tanti libri dedicati al male: “a tutto ciò che sgomenta, e ci sono sangue e ferite mortali e fetore“.
Ci poniamo da sempre le grandi domande profonde, quelle che ci fanno paura solo ad essere pronunciate ad alta voce. Così questo esordio diventa la scusa per mettersi in discussione, per guardarsi riflessi a uno specchio nel pieno di una grande tempesta di dubbi.
Mi sono resa conto che, nonostante le epoche, cerchiamo sempre di parlare con noi stessi.
Ottessa Moshfegh
La parte più debole è quella relativa al coinvolgimento emotivo, così come spesso succede in queste narrazioni. Non a caso i personaggi di Moshfegh sono spesso soli di fronte alla morte e a un Dio tanto silente quanto spietato, due delle figure care alla sua indagine. Sempre in solitudine attraversano un inferno di violenza ed espiazione. Così il lettore osserva i fatti, si impressiona, riflette per giorni sui risvolti etici e morali della cosa, ma difficilmente apre il cuore a quei protagonisti così freddi.
Questione di gusti, una scelta sicuramente ponderata per una penna capace di gestire con precisione chirurgica ogni singolo paragrafo. Pur rimanendo fedele a sé stessa, il coinvolgimento aumenta nelle narrazioni più lunghe, in quelle in cui l’ambizione letteraria si fa ancora più complessa come dimostrato ad esempio da «Lapvona».
Ecco perché questo viaggio diventa la fotografia di quello che verrà subito dopo, proprio della spaventosa bravura di Ottessa. McGlue, nonostante la sua imperfezione, è il primo tuffo in un mare nero, un salto nella morte fatto da chi come questa autrice, paura di rispondere a certe domande, non l’ha mai avuta.
Autore: Ottessa Moshfegh
Traduttore: Gioia Guerzoni
Editore: Feltrinelli
Collana: Narratori
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