Piccoli racconti di un’infinita giornata di primavera di Natsume Sōseki

Nel parlare dei «Piccoli racconti di un’infinita giornata di primavera» di Natsume Sōseki, occorrerebbe fare alcune precisazioni apparentemente banali, ma non scontate in un momento in cui la letteratura giapponese si è ritagliata uno spazio così grande tra appassionati e non.

In questo caso mi sono quindi approcciato alla lettura dovendo contestualizzare cosa avevo di fronte, tenendo ben presente di dover nuovamente affrontare una cultura lontana. Questa l’avrei dovuta filtrare e assorbire attraverso i racconti di un classico, di una delle voci nipponiche più riconosciute nella tradizione del Sol Levante.

Ho trovato venticinque episodi di vita privata trasformati in questi brevi racconti risalenti al 1910 e pubblicati per la prima volta in Italia da Edizioni Lindau, grazie a un non facile e riuscito lavoro filologico.

La prefazione sicuramente aiuta:

I racconti furono riuniti sotto il titolo Eijitsu Shōhin, il termine Eijitsu che nella letteratura classica cinese e negli haiku. Shōhin significa «piccole opere», mentre originariamente Eijitsu è un termine cinese antico: signfica «giornata lunga» e racchiude il concetto di una giornata di primavera sulla quale non tramonta il sole. Indica una giornata che, di per sé, rallenta nello scorrere del tempo. 

Su Sōseki tanto potremmo dire, in luce anche della sua consolidata diffusione italiana, ma basterà accennare a un’infanzia estremamente difficile fatta di affetti mancati e di svariate esperienze legate alla lingua inglese di cui era studioso e ricercatore. Proprio lui fu uno dei primi a guardare all’Europa, a raccontare con sguardo orientale la cultura occidentale.

Da qui si dipanano i ricordi, le suggestioni riprese in questi frammenti capaci di restituirci il Giappone di inizio secolo: i suoi colori, i suoi odori e le sue tradizioni. Da non tralasciare la parentesi londinese, descritta con un misto di perplessità, curiosità e nostalgia verso un sentire smaccatamente orientale.

Una modernità dei sentimenti restituita grazie al racconto dell’inafferrabile, di tutte quelle sensazioni del nostro quotidiano che non riusciamo a definire.
Così prendendo tra le mani un pennuto, le parole per descrivere l’emozione provata saranno vane e sostituite dalla valorizzazione e una fine descrizione dell’esperienza. Come se sotto il velo oggettivo della realtà ci fosse un sentire altro prezioso e non sempre decifrabile.

Ogni esperienza è però circoscritta in un arco temporale, ed è qui che questi piccoli racconti di un’infinita giornata di primavera rivelano la loro caratteristica più interessante, quella appunto legata al tempo.
Un flusso cangiante, dilatato, capace di rallentare nei momenti più intensi, qualche volta persino dolorosi, e accelerare nell’estasi della scoperta, dell’eccitazione del mondo.

Tamayo Muto, curatrice e traduttrice del libro, descrive una sensazione condivisa anche durante la mia lettura: l’impressione di trovarsi di fronte un nonno voglioso di raccontare le storie più disparate, quelle così intrise di sentimento da strappare un sorriso. Così private da non poter esser sempre condivise, appartenendo anche a una cultura per i più non immediata, ma che dimostrano comunque un’universalità in grado di far riflettere.

Ho seguito quella voce, ho ascoltato Sōseki nella definizione del suo universo privato, rimanendone affascinato e in alcuni casi spaesato. Rimane però la voglia di approfondire, di continuare quel racconto, di guardare tra le intersezioni del tempo pur di avere l’impressione di poterlo afferrare. Solo in una lenta giornata di primavera potremmo illuderci di descrivere l’indefinibile.

Autore: Natsume Sōseki
Traduttore: Tamayo Muto
Editore: Edizioni Lindau
Collana: Senza Frontiere
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