Skippy Muore (e Paul Murray ci ha fregato un’altra volta).
Dopo essere stato tra le voci più chiacchierate del 2025, torna Paul Murray. Dopo il grande successo de «Il giorno dell’ape», Einaudi ha riproposto anche «Skippy Muore», il primo libro dello scrittore irlandese pubblicato in Italia nel 2010 (e ormai introvabile).
Ma questa volta non saranno le api, la colpa pare sia delle ciambelle. Tra la morte, ragazzini e desideri, ecco la storia di come Murray ci ha fregato un’altra volta.
«Il giorno dell’ape» continua a far discutere i più, ha creato vere e proprie fazioni di lettori pronti a darsi battaglia rispetto a un romanzo divisivo e stratificato. Per il sottoscritto invece, si è trattato del libro di narrativa contemporanea più bello letto l’anno scorso. QUI vi avevo raccontato del perché molti lettori continuano a non capire quella storia piena di ronzii e solitudini, di come ci sia la possibilità di scoprire un grande autore.
Dopo il mio entusiasmo sento di voler leggere altro e scopro che è già stato tradotto un suo romanzo, pare parli della morte di questo ragazzino e c’è un’unica copia su ebay a 300 euro. Sospiro, ma non passa troppo tempo prima della notizia di enaudiana: Skippy verrà ripubblicato nel 2026, stessa traduzione della versione Isbn edizioni e solita copertina accattivante. Lo prendo al day one, leggo la quarta di copertina e individuo l’ennesima svista: ove sulla quarta dell’ape c’era la descrizione di un libro “pieno di umorismo”, su Skippy viene riportato che si tratta dell’esordio di Murray. La prima volta penso che sia intenzionale, mi dico che hanno giocato con il tono ironico per avvicinare più lettori, anche se alla fine si tratta di un libro tragico in cui francamente non ci sono molti sorrisi. Per la seconda faccio invece fatica. L’esordio di Murray è infatti «An Evening of Long Goodbyes» (2003), strana omissione da parte di un colosso come Einaudi. Qui la svista è troppo grossa, un dettaglio pronto a depistarci, soprattutto in luce della maturità del libro.
Ma torniamo al piccolo Skippy.
Il modello.
Per l’ape più volte ci siamo appellati al romanzo di sguardo e struttura franzeniana, come se la cinica analisi umana alla Jonathan Franzen riuscisse ad approdare verso un setting tutto irlandese, aprendo nuovi scenari lontani dai soliti cliché a stelle e strisce. Rimangono i personaggi spigolosi, le famiglie disfunzionali e le scelte viscerali capaci di far crollare il grande muro dell’etica contemporanea.
Con Skippy cambia la musica, o meglio, cambia l’autore di riferimento. Basterà poco per capire di avere tra le mani il romanzo alla David Foster Wallace, gli elementi ci sono tutti: il college pieno di adolescenti persi sulla grande strada dell’età adulta, la pressione sociale, i primi amori, l’inadeguatezza, la solitudine. Come non pensare all’Enfield Tennis Academy (ETA) di «Infinite Jest» e a tutte le idiosincrasie fiorite tra i dormitori maschili fatti di paure, sfide filosofiche e rassegnazione. Ma ancora una volta non siamo negli Stati Uniti, siamo invece al Seabrook College, un collegio cattolico situato alle porte di Dublino. Non c’è il ginger ale, non ci sono le grandi macchinazioni postmoderne, in favore del cuore della vecchia e solida Europa cattolica e imperscrutabile.
Nonostante la condivisione di molti temi, della struttura corale e dell’estro ironico pronto a strapparci numerose risate di pancia, sarebbe sbagliato aspettarsi l’ambizione alla Foster Wallace. Se con «Infinite Jest», ma anche con alcune parti de «La scopa del sistema», troviamo l’esaltazione delle storie postmoderne, immerse nella grande macchinazione politica-filosofica americana – sorretta dal genio e dalla sperimentazione di uno dei più grandi scrittori che la letteratura abbia mai incontrato – con Murray il focus diventa la tragedia del singolo, proprio la morte del piccolo Skippy e delle conseguenze che questa avrà su tutto ciò che circonda la parola amore. Con Wallace la fragilità diventa spesso una formula matematica da decifrare servendosi della filosofia, c’è la complessità di una realtà fortemente articolata. Murray invece si dimostra nuovamente uno scrittore per tutti che grazie alla sua limpidezza riesce ad attraversare le barriere che separano la vita dalla morte, perché non sono sempre formule da capire, a volte sono ricordi da recuperare e cuori da sentire.
Se esiste un sostituto dell’amore è la memoria.

Skippy muore veramente.
Lo sappiamo dal primo capitolo, da un incipit soffocante in cui Skippy si accascia di fronte a Ruprecht Van Doren, migliore amico nonché campione indiscusso di donut-eating contests. Lo dice addirittura il titolo, Skippy morirà, ma mai avrei immaginavo che il post mortem fosse così.
Attorno alla dipartita ci sono tre categorie di personaggi.
- Il mondo dei ragazzini brufolosi, sfigati, incompresi.
L’obesità e la passione astrale di Ruprecht, il cinismo inarrestabile di Dennis, il preservativo portafortuna di Mario. Sono solo alcune delle peculiarità di un gruppo colorito di elementi pronti alla battuta, all’adozione della risata come antidoto all’inadeguatezza di un college pieno di aspettative, specchio della società performativa delle relazioni instabili dell’Irlanda post-boom economico dei primi anni dieci.
- Non va di certo meglio al gruppo tutto al femminile, che – come nella migliore tradizione cattolica – è separato dai maschietti, poche decine di metri per l’esattezza, direzione St. Brigid’s College.
Anche Lori porta un peso, quello dei canoni estetici, delle contraddizioni di una femminilità ancora da capire, ma questo non le impedirà di conquistare le attenzioni e le ossessioni del nostro Skippy. Lei come le sue compagne più strette attraverseranno il mondo delle droghe, ma non come dipendenza, piuttosto come fuga dagli specchi, come il mezzo per raggiungere un’idea di accettazione.
- Questi due microcosmi verranno regolati dalla cerchia formata dal corpo docenti e dalla dirigenza, simbolo di potere e di etica conservatrice.
Ma il professor Howard viene chiamato “il codardo” per un motivo e l’Automa, il preside, non è sicuramente da meno rispetto la maschera inquietante e inumana che indosserà in queste pagine. Murray mette in relazione il mondo dell’adolescenza a quello adulto, con tutti i problemi che possono derivare da questo contatto formativo, lo fa con l’intento di svelare la forma di una società pericolosa, orrorifica, pronta a coprire la verità pur di perdere il potere e svelare il suo vero volto.
In questo dialogo indiretto Skippy si sottrae dal pericoloso gioco della crescita e delle responsabilità, ma l’assenza del protagonista non toglie l’animo di un libro sicuramente più al maschile in cui i personaggi femminili non brillano sempre per profondità, così come poi è stato con Cass e Imelda nella storia dell’ape che sarebbe venuta dopo. Sono gli uomini a guidare lo spettacolo tragicomico del quotidiano: Howard con i suoi tentennamenti amorosi, l’Automa più preoccupato per l’immagine della scuola che per i suoi studenti, ed infine proprio loro, quel gruppo di freak adorabili ai quali sarà difficile non affezionarsi. Sono loro il sangue pulsante nelle vene della vita, con tutte le loro parolacce, con le sgrammaticature, con i loro pugni maldestri dati alla paura del fallimento costante.
Fare qualsiasi cosa, epica o prosaica, destinata alla gloria o condannata al fallimento, sia in un certo senso dire addio a un mondo; che tutte le più grandi vittorie non sono dunque prive di un’ombra di sconfitta.
Skippy è talmente vivo che mi dimentico della sua dipartita, la storia che precede il suo apparente soffocamento è perturbante, ma allo stesso tempo esilarante. Così arrivo a pagina 400 e Skippy muore di nuovo, il romanzo arriva al punto di partenza, a quell’incipit sommerso dai rocamboleschi tentativi dello stare al mondo. Mi rendo conto che mancano ancora 300 pagine alla fine e capisco di star partecipando all’ennesimo gioco narrativo di Murray. Sappiamo cosa è successo, abbiamo capito come è successo. E ora? Come Skippy ormai mi lascio andare anche io, cercando di trovare una o più risposte per diversi quesiti.
Quante volte può morire un ragazzino di 14 anni?
C’è un luogo della nostra memoria in cui possiamo seppellire il dolore senza che questo si alzi come un fottuto zombie per mangiarci il cervello?
Quante volte possiamo permetterci di assassinare la nostra adolescenza?

Un gioco da ragazzi
(più o meno).
«Skippy Muore» non è un romanzo perfetto, più volte mi sono detto che molti snodi sarebbero potuti essere più snelli, per poi rendermi conto che ero attaccato alle pagine, che la noia delle storie più sbrodolate non apparteneva a questa esperienza di lettura. Murray, come già aveva fatto con la sua storia familiare, dimostra di non dimenticarsi mai del grande intrattenimento, di saper dosare con maestria i momenti di tensione.
Bisogna citare anche la finezza per i dettagli, di quelli che potrebbero sembrare degli smaccati vezzi stilistici: c’è il flusso di coscienza di Imelda, fatto con l’intento di portare il lettore nella testa di una delle voci del «Il giorno dell’ape». Per farlo si abbandonano i segni di interpunzione, i punti e le virgole che scandiscono le tragedie delle nostre vite. Lo stesso in Skippy, senza però appellarsi a Joyce, come se l’autore volesse dirci che le pause non sono garantite nei momenti difficili, quando i pensieri corrono o rallentano. Così Skippy riempie le virgolette dei dialoghi nei momenti più sereni, per poi perderle, per lasciarle cadere con un tonfo silenzioso nei momenti di orrore più puro. Perché quando siamo in pericolo bisogna correre, con la testa e con le gambe. Ma non sempre è possibile al Seabrook College, nel luogo in cui la misericordia cattolica si trasforma nella legge della giungla.
Sembra un gioco da ragazzi, anche se non è come sembra. I grandi scrittori si sa, rendono tutto più facile.
Paul Murray ormai credo di averlo capito, sguazza con naturalezza nella critica del contesto sociale che vive, nel pozzo oscuro di quella società ancora contemporanea e troppo spesso cieca. Ma non è questo lo straordinario, non è la critica feroce.
Siamo di fronte a una delle voci che meglio stanno raccontando la fragilità degli uomini, di quel ragionamento – spesso al maschile – nato nell’adolescenza e trainato con fatica, quasi come fosse una croce, verso la crocifissione della nostra epoca.
La fregatura.
Nei giorni della consacrazione di «Max, Mischa e l’Offensiva del Tet» di Johan Harstad, dell’ennesimo romanzo scritto da uno scrittore nord-europeo, si parla della capacità di scrivere il grande romanzo americano. Forse perché i grandi nomi del Continente ci hanno lasciato, forse per il ricambio generazionale e lo stato generale di una letteratura che non è stata capace di accodarsi ai fasti del passato, alcuni arrivano anche a sostenere che parlare della crisi del Grande Romanzo statunitense, soprattutto nell’era della globalizzazione dei duemila, sia anacronistico. Lungi da me individuare la ragione, non quando ho avuto una conferma di eccezionalità da uno scrittore irlandese che non mancherò di seguire negli anni. Murray ci ha fregato di nuovo, posso essere sicuro solo di questa verità oggettiva, soprattutto con un libro scritto ben quindici anni fa. Lui, come Harstad, come gli ultimi premi Nobel, sono la dimostrazione di come la partita all’eccellenza si stia giocando su un altro campo, sicuramente né da rugby né da baseball.
Skippy – nonostante l’età e forse grazie alla sua innocenza – si rivela essere un grande saggio, ci suggerisce di guardare su, lì dove ci sono le stelle e la morte. Su dove ci sono gli amici scomparsi e i ricordi sono custoditi dalle notti della nostra infanzia. Alzare la testa è un gioco da ragazzi, no? Lo è anche di fronte all’orrore?
Dennis avrebbe detto che questa storia puzza come la passera di una sirena. Mario avrebbe pensato al suo preservativo e Ruprecht continuerebbe a cantare il suo dolore. Io vi dirò che tutto alla fine si perde in un oceano di memoria, proprio dove il su e il giù si confondono, si fanno un tutt’uno e diventano la canzone più stonata e amorevole del mondo. Per Murray l’amore è tutto, meno che un gioco solitario.
Su Murray:
Perché non hai capito Il Giorno dell’Ape
Autore: Paul Murray
Traduttore: Beniamino R. Ambrosi
Editore: Einaudi
Collana: Stile Libero Big
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tag #Dublino #Irlanda
Dall’Irlanda:
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