Mike Wilson: Noi siamo la peste e la natura è l’antidoto.

Intervitsta Mike Wilson Noi siamo la peste e la natura è l'antidoto. Edicola Ediciones

Sono in fiera e parlo con Paolo di Edicola Ediciones, mi sta raccontando di questo nuovo autore che hanno pubblicato. Paolo lo conosco da più di dieci anni e scorgo un entusiasmo non trascurabile nel suo racconto. Mi dice di averlo conosciuto in Cile, mi parla di un’idea di fare letteratura diversa, ambiziosa.

Mike Wilson mi viene presentato come uno scrittore di difficile catalogazione, sfoglio «Dio dorme nella pietra» e ho tra le mani uno strano western. Lo leggo, rimango sorpreso. A distanza di qualche anno arriva anche «Nemesis», penso di sapere cosa mi aspetta, ma in questo caso è ancora più difficile capire di che creatura letteraria si tratti.

Nel mezzo del tempo che intercorre tra queste due pubblicazioni c’è questa intervista. Era il gennaio 2025 e c’era l’intenzione di raggiungere Mike nel suo deserto cileno. Anche se virtualmente, per tutta una serie di motivi, non ci siamo riusciti. Così colgo l’occasione del piccolo tour italiano di quest’anno e ci incontriamo prima della presentazione alla libreria Gogol & Company. Conosco Mike e rincontro Laura Scarabelli (docente della Statale di Milano) che già mi aveva aiutato in qualche chiacchiera ispanoamericana.

Seduti a un tavolino rimango impressionato, Laura conferma le mie impressioni, aggiunge dettagli, finezze. Penso agli eccentrici e all’approccio di César Aira (un altro grande argentino della tradizione stratificata di questo paese), alla maestria che solo i grandi hanno di fare, senza rendersi conto. Non ho paura di avanzare un certo tipo di curiosità, ma Mike ride, lo fa per sorpresa, per l’imbarazzo di non essersi mai interrogato su certi aspetti. Così ascolto, ancora più sorpreso, penso alle sue apocalissi, all’idea del tempo, ma soprattutto alla naturalezza che abita la sua scrittura e le sue risposte.

Ecco come è andata:

Mike Wilson libri dio dorme nella pietra nemesis Edicola Ediziones

Scopro un autore che vive in Cile e che non è incasellabile nel solco della tradizione di questo paese. Leggo che hai origini americane e argentine ma il tuo sguardo, come la tua letteratura, diventa difficile da etichettare. Mi chiedo dove ti collochi geograficamente, ma soprattutto che tipo di autore credi di essere.

Una domanda difficile, soprattutto quando mi chiedono di dove sono… è la stessa cosa. Io credo che non ci sia un luogo geografico specifico. Credo che sia proprio una mescolanza di tanti luoghi e mi piace l’idea della geografia perché la mia scrittura, gli spazi e i luoghi sono fondamentali, sono influenze su di me quasi più della letteratura in sé.
Per quanto riguarda le mie prime letture, il mio primo mondo letterario, è lì: dal lato di mio papà la letteratura statunitense, dal lato di mia madre molta letteratura argentina. Forse la più influente, quello era il punto di partenza letterario. La mia bibliografia stava lì. Bene.

Per chi vive lontano dalle storie di frontiera, soprattutto per noi lettori europei, è più difficile capire cosa possa raccontarci oggi la letteratura western. Autori come Percival Everett o il più popolare Joe R. Lansdale continuano a servirsi dei deserti e del loro rapporto con la contemporaneità. Essendo un autore molto cangiante, soprattutto dal punto di vista delle ambientazioni, come sei finito nel tuo deserto? E cosa ti ha spinto ad attraversarlo?

Buone domande, mi fanno pensare. Penso a ciò che riguarda la ricezione del lettore rispetto alla tradizione western, a che senso posso trovargli. Forse non so se sono in grado di trovargli un senso, o non so che senso il lettore possa trovare sia esso generico o un lettore italiano nello specifico. Benissimo!
Per quanto riguarda il tema del deserto, in «Dio dorme nella pietra» ci sono dei riferimenti chiaramente statunitensi, ma anche italiani, perché il vostro cinema western italiano… Sì, anche lì c’è quel mondo, quell’immaginario. E poi anche la letteratura, Cormac McCarthy per esempio.
Ma di nuovo torno al paesaggio. C’è un percorso che ho fatto molte volte con mio papà e poi io da solo, che parte dall’Arizona, è come un corridoio verso nord che passa per diversi stati: Arizona, Utah, Wyoming, Montana.
E ci sono tanti paesaggi diversi in quel percorso. E parte di quello, proprio su quella linea immaginaria, si sente l’inizio del deserto. Allora mi è sempre piaciuto quel percorso e ho sempre pensato: un giorno scriverò di quel viaggio verso nord. E lì è comparso in «Dio dorme nella pietra».

Quando hai scritto «Nemesis», immagino prima del 2020, hai anticipato una delle tante apocalissi che sarebbero venute. Oggi con la crisi climatica, le guerre e il ballo degli assetti geopolitici sembra che non se ne siano mai andate. Quanto è fondamentale il concetto di tempo, l’indagine nel passato e chissà magari anche nel futuro per afferrare un antidoto alla desolazione della contemporaneità.

(Ride)

Ho iniziato a scrivere questo libro subito dopo l’Estallido social, la rivolta sociale in Cile del 2019 e dopo c’è stata la pandemia. Questi due momenti per certi versi apocalittici, sono arrivati insieme. Allora c’era qualcosa nell’aria.
Ma per me «Nemesis» è anche, allo stesso tempo, molto atemporale. È un campione di tempo ciclico che si ripete. Se uno vive abbastanza anni, l’apocalisse ritorna. Cadiamo nelle stesse trappole, nella stessa distruzione.
Nel romanzo, credo ci sia anche una fine ormai definitiva, infatti non funziona in modo cronologico, tutto esce un po’ dal senso del tempo canonico. Non so se si capisce, ma… non so proprio se lì ci sia un antidoto.

(Copiose risate)

Nei tuoi romanzi ci sono sempre più punti di vista, ma i tuoi protagonisti non hanno mai nome. Come mai questa scelta?

In «Nemesis» mi interessava come essere narrato da una focalizzazione collettiva, per questo ci sono molti personaggi.
In «Dio dorme nella pietra» c’è una focalizzazione molto più orientata.
Perché i personaggi non hanno un nome? Non lo so. E non è l’unico libro, in diversi libri, mi rifiuto di dargli dei nomi. O sono etichette più che nomi. Non ci penso quando lo faccio, ma credo che un nome possa essere utile, ma può anche essere riduttivo.
Può essere… C’è un peso forte nei nomi che a volte non voglio che ci sia nel personaggio. Così come dargli un nome proprio. Preferisco chiamarlo il Bambino Assassino. la Donna Cueca. O cose così che… l’Accolito… Non lo so, non lo sapevo.

Mike Wilson Edicola Ediciones

Forse anche perché sei legato a una sorta di ruolo filosofico dei tuoi personaggi. A quel punto il nome non è importante, in luce del fatto che sono lo specchio di un concetto.

Buona risposta. Credo proprio la userò.

In questo mondo ostile, in luce dello sguardo tutto contemporaneo che abbiamo, penso a come stia cambiando il rapporto con la natura. Il tuoi libri, oltre che rendere la natura un vero e proprio protagonista, ci suggeriscono della nostra illusione: di come pensiamo di poter governare ciò che ci circonda, senza renderci conto di essere governati. Credi in una presa di coscienza o in una risoluzione del conflitto tragica?

Dipende da quale romanzo consideriamo, ne ho scritto uno che si chiama «Leñador o Ruinas continentales» in cui la natura funziona come veicolo luminoso di redenzione, mentre nei miei libri pubblicati in Italia la natura è caotica. C’è un concetto di nemesi, di giustizia e castigo. La lebbra è parte della natura anche in «Dio Dorme nella Pietra».
Se c’è un concetto di antidoto, noi siamo la peste e la natura è l’antidoto. L’antidoto per l’universo, per il mondo. Mi è sempre piaciuta quell’idea che noi non siamo importanti per la natura, essa non è antropocentrica e non pensa a noi.
E la natura, quando noi non ci saremo più, come l’universo tutto, continuerà e starà bene.

Continuo a essere affascinato da questa idea, dall’intenzione di governare determinate forze ataviche e metafisiche dal punto di vista narrativo. Questa ambizione la riscontro in pochi autori. Mi chiedo quali siano stati gli aspetti che più ti hanno messo in difficoltà durante la stesura delle tue storie?

Buona domanda (ride sconsolato). Suppongo di non averci pensato molto.
Non la vivo come difficoltà, forse più come una sfida. Che è come far sì che il linguaggio possa andare in quei luoghi o avvicinarsi a quei luoghi come la natura caotica, essere autentico, o come riuscire a rappresentare quella tensione, quella irrappresentabilità di cose come la natura, come il vuoto, il nulla, proprio il nulla che in «Nemesis» per me è molto importante. Pensa a come solo l’idea di rappresentare il nulla sia già una contraddizione.
Allora quella è stata la parte difficile, la sfida, ma era anche quello che mi piaceva. Era come spingersi con il linguaggio senza tradire l’essenza di questi scenari, come cercare di raggiungere quella contraddizione. Rappresentare il concetto di nulla è stata la cosa più difficile.

Privilegi l’esperienza, il pensiero e l’osservazione all’intreccio narrativo classico. La tua scrittura cerca (e secondo me riesce) ad abbattere le barriere della percezione, di quello che crediamo sia realtà e che attraverso la lingua viene svelato in tutta la sua essenza. A quanto pare la lingua stessa è una delle tue sfide più grandi. Ma come sta cambiando negli anni sia la scrittura in sé che questo confronto/dialogo con la lingua stessa.

So che cambia in qualche misura, ma se mi chiedi di identificare se è questo elemento o quello, non saprei dirtelo. Saranno il lettore o la lettrice, quelli con più lucidità e più chiarezza, a poter dire: “guarda, c’è un’evoluzione qui o un cambiamento lì”.
Quello che evolve a volte, quello che cambia sempre un po’, è il mondo narrativo in cui mi muovo in un romanzo. Non mi piace ripetermi in quel senso. Ma nella scrittura in sé, nello stile, non so.

È sorprendente vedere questa dicotomia comune solo ai grandi autori tra la consapevolezza della propria direzione e la totale assenza di alcune grandi domande che si legano all’autoanalisi di una voce. Come se molti scrittori, guardandosi allo specchio, si identifichino e raccontino una forma che li rappresenti. Tu no, hai un brutto rapporto con gli specchi e lasci parlare i tuoi libri cangianti.

Credo che il libro detti un po’ lo stile. Per esempio «Dio dorme nella pietra» è un libro sul movimento, molto è il movimento nel mondo narrativo. Nel caso di «Nemesis», che è anche una polifonia, era naturale che uno stile mitologico e biblico entrasse a far parte di quella narrazione.
C’è uno stile ma lascio che sia un po’ organico in questo e quindi cerco di non intervenire in modo cosciente così tanto in ciò che già vuole essere. La materia narrata plasma lo stile, Laura ha appena suggerito come sia la forma che crea sempre il contenuto.

Ho imparato che leggere Wilson significa prepararsi all’idea di ignoto, come se la tua letteratura nascesse da intersezioni e forme che il tempo ha dimenticato. Che sia un western o un romanzo dal tono biblico, sembra che la forma non ti spaventi e sicuramente non spaventa i lettori più coraggiosi. Cosa consiglieresti ai lettori che si approcciano per la prima volta ai tuoi libri?

A volte alcuni dei miei libri richiedono molta pazienza, non tanto «Nemesis», ma sicuramente altri dove non succedono mai troppe cose. Essendo una scelta intenzionale lascio questo avvertimento, immagino i lettori dirmi: “ah, voglio e immagino di leggere questo”. Poi incontrano «El Leñador», dove non succede quasi niente, oppure ce n’è un altro romanzo che si chiama «Ciencias Ocultas», dove non succede proprio niente.
È solo per avvertirli che a volte si richiede pazienza, non è una lettura veloce, ed è un po’ il punto che il libro sia così: per me la scrittura mi spinge anche a rallentare, decelero soprattutto mentre scrivo, quindi la loro esperienza di lettura può essere simile.

È quindi ancora una volta questione di tempo.

Sì, il tempo è sempre un tema.

Traduzione: Federico Cantoni

Autore: Mike Wilson
Traduttore: Livio Santoro
Editore: Edicola Ediciones
Collana: ñ
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tag #Americana #Argentina #Mare #Weird #Western

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