Perché non hai capito Il Giorno dell’Ape.
In un inizio anno di uscite straniere non del tutto convincenti, in un momento forse un po’ scarico di grandi nomi, pare che il libro con l’ape in copertina sia tra i più chiacchierati.
In poco tempo «Il giorno dell’ape» di Paul Murray, grazie a una collaudata ed efficace comunicazione einaudiana, è riuscito a imporsi tra i libri più interessanti di questo 2025. Così, nel litigio generale creato dai libri più spinti, è arrivato anche il Premio Strega Europeo. Non che i premi siano sempre un sinonimo di qualità, anche se vinci gareggiando con autori del calibro di Mircea Cărtărescu e Georgi Gospodinov, due delle voci più importarti per il romanzo europeo contemporaneo. Non che il sottoscritto abbia la fortuna di lavorare in una libreria sentendo e scambiando pareri con i più disparati tipi di lettori. Non che questo romanzo irlandese rischi di essere uno dei libri dell’anno, nonché un classico contemporaneo di domani.
Ma perché siamo davanti qualcosa di diverso? Perché – a prescindere dall’indiscutibile gusto soggettivo – rischiamo di non aver capito la storia dietro questo ronzio forsennato?
Siamo in Irlanda, a due ore da Dublino vivono i Barnes, una famiglia benestante proprietaria di un concessionario Volkswagen. Marito, moglie, una figlia pronta per andare al collage e un ragazzino appena adolescente che non immagina cosa stia per succedere, cosa di lì a breve tutti dovranno attraversare. La famiglia è nel pieno di una caduta, qualcosa nella vendita d’auto non torna, come non tornano diversi dettagli di un matrimonio ormai al collasso. Sembra che qualcosa abbia segnato per sempre la sua storia, come se ci fosse un grande mistero alla base di tutto: durante il giorno dell’ape è successo qualcosa.
Gli strilli di Donna Tartt e Bret Easton Ellis ci raccontano di un libro dall’animo americano. Non sarà difficile pensare alle famiglie disfunzionali e odiose di Jonathan Franzen, di chi ha fatto della descrizione e dell’indagazione del contesto privato degli affetti la sua fortuna e il suo marchio di fabbrica.
Non è come sembra. Il grande inganno.
Una copertina riuscita su tutti i fronti, un titolo facile da ricordare e tanto parlare. Le formule ci sono tutte e il libro si vende. Ma l’ape nasconde più di un segreto, a partire dal suo “vestito”: le sue ali formano quasi un cuore, l’insetto procede su una scia sinuosa d’aria, sembra quasi si faccia trasportare beato. Già dalla cover c’è la prima trappola, ancora prima di entrare tra le pagine di questa vicenda. «Il giorno dell’ape» non è quello che sembra, dovrebbe essere un libro luminoso ma non lo è.
Siamo di fronte a una delle storie più oscure pubblicate negli ultimi anni, non c’è speranza, tra le decisioni più sofferte della vita non sembra possa esserci via d’uscita. Ed è qui che Einaudi, con un colpo da maestro cala l’asso, proprio nella quarta di copertina. Scrivono di un indimenticabile tour de force pieno di umorismo e calore umano. Umorismo. Ammetto di aver riso, di averlo fatto dopo aver pensato alla totale assenza di sorrisi durante la lettura, alla scelta ponderata di una comunicazione altra e ammiccante.
Così grazie un po’ alla quarta, un po’ alla cover, al contrasto un po’ snob tra lettori, il libro è arrivato tra le mani di molti, forse piuttosto ignari, forse un po’ scettici (come lo era il sottoscritto) e per i più, alla fine, il risultato è stato ed è solo uno:

Temi e istruzioni per l’uso.
La solitudine, il sesso e le maschere che decidiamo di indossare nei rapporti della nostra vita. Sono questi i temi principali di un romanzo stratificato e cinico. Murray prende il contesto irlandese, la sua comunità chiusa, cattolica, fatta da chi è abituato a trovare una collocazione, una posizione ben precisa, che verrà delineata e stabilita dal lavoro, ma soprattutto dal reddito di ogni suo componente. Sarà la vita a mischiare le carte, ad unire l’alto e il basso, i destini dei destinati.
Da subito troveremo personaggi immersi nel desiderio: Cass, l’adolescente che ha appena scoperto il sesso e che rischia di non poter andare al collage. Il piccolo PJ invece cerca con tutto se stesso una voce amica, qualcuno che lo comprenda nella solitudine di una campagna in cui l’adolescenza corre sullo sfondo di un estate difficile. Dickie e Imelda, all’inizio ancora sfumati, saranno il vero concentrato di nostalgia e possibile riscoperta. Tempo al tempo, Murray dovrebbe ribadirlo più e più volte. La vita richiede tempo, lo stesso che ci divide da quel maledetto giorno dell’ape.
Le tempistiche in termini di pazienza del lettore potranno essere quantificate in 170-180 pagine, quelle corrispondenti ai primi due punti di vista. Murray decide infatti di raccontarci questo declino attraverso lo sguardo di ogni singolo componente della famiglia Barns, di persone che dovremo aver modo di conoscere attraverso le loro storie e le loro interiorità, anche se – proprio come i POV iniziali – ci potrebbero risultare apparentemente distanti.
Cosa hanno da raccontarci una ragazza egoista e un moccioso talmente saputello da far fatica a trovare degli amici? Ci racconteranno gli effetti delle crepe della quotidianità, del fine rapporto tra amore e desiderio e cominceranno a farlo in quell’Irlanda in cui tutto questo si dovrebbe trasformare in qualcosa di costruttivo e positivo, un modo per aggiustare le increspature dell’oggi e del futuro. Ma la vita è altro e tutto si trasformerà in un vero e proprio incubo.
Murray prende questi e altri temi così delicati, nel suo contesto d’origine crea un vero e proprio corto circuito che difficilmente si sarebbe sviluppato in quelle famiglie americane di cui il già citato Franzer rimane ancora il maggior cantore. Si pensi al suo ultimo «Crossroads», all’ennesimo grande libro contemporaneo sul contesto familiare e il suo rapporto con la fede. Mi chiedo quanto sia un caso l’intenzione di ambientarlo negli anni 70 e non nei più aperti – ma altrettanto problematici – giorni nostri. Come se a guardare nel passato, rigorosamente a stelle e strisce, sia tutto più decifrabile, anche le grandi domande su Dio. Ma nella borghesia di un pesino irlandese, saranno altre le domande, altri i tempi di risposta. Nelle vite di Imelda e Dickie, negli incroci dei loro segreti passati non ci sono risposte, Murray non ha dubbi: è il passato a renderci ciò che siamo, ma è il presente ed essere pieno di fantasmi, delle scelte che condizioneranno i giorni a venire.
Con Franzen però si aspetta, vuoi per la sua appartenenza ad un canone consolidato, a uno status symbol tutto letterario, anche se le volte risulti essere un po’ pomposo, verboso, ma comunque capace di farti odiare ogni personaggio presente sulle sue pagine. Con il romanzo dell’ape invece, con un autore con appena tre libri alle spalle – di cui uno «Skippy muore» ormai tradotto nel lontano 2010 e che verrà ripubblicato a inizio 2026 – la pazienza pare proprio non esserci. 200 pagine sembrano troppe, una scalata troppo ardua per la media di lettori abituati a narrazioni contemporanee dalle quale volere tutto e subito.
Ma la noia abita davvero queste pagine? La verità è che non ci sono quei guizzi che poi ci saranno dal finire di quel punto di vista di PJ, fino al criticatissimo punto di vista della madre, Imelda. Ci troviamo di fronte a un libro che più si andrà avanti e più mostrerà la sua vera qualità. Se dite di non esservi annoiati con i pipponi religiosi del pastore Russ e delle sue scappatelle maldestre in pieno stile franzeniano, non vedo come le spigolosità di una ragazza e di un ragazzino possano spaventarvi e suscitarvi copiosi sbadigli. Murray è un autore così consapevole che introducendoci alla chiusura di quel paesino disperso nei campi irlandesi, di quella comunità retrograda, vuole far capire, vuole lasciare al lettore quella sensazione del non saper che fare, delle mancate possibilità che offre il posto in cui viviamo, della complessità, dell’inquietudine e della noia dei piccoli contesti. Non parliamo di chi avrebbe bisogno di un altro tipo di editing, parliamo di chi ha perfettamente padronanza dell’importanza dei tempi narrativi di una storia complessa e profonda.
Pagina 166 per l’esattezza, appuntatelo, da qui parte l’incubo.

La wave irlandese
e i rimandi letterari.
C’è una generazione di voci che ben ha saputo raccontare il suo paese, scrittori e scrittrici nate nei ’50 e che ancora oggi vengono consolidate a livello internazionale: Colm Tóibín, Roddy Doyle, Catherine Dunne. Prima ancora possiamo individuare voci ancora più importanti, la generazione precedente, quella che ha attraversato la strage del Bogside, quel Bloody Sunday cantato dagli U2, così indelebile nella storia di un paese che negli anni ’20 fu anche lo scenario di una grande rivoluzione indipendentista e nazionalista. Brian Friel e Edna O’Brien sono forse i protagonisti principali del racconto della complessità di un paese in continuo mutamento, lo stesso in cui affermarsi, amare, desiderare, sognare. Sempre mentre tutto si perde, come se nulla possa essere veramente afferrato.
Dopo una gran diffusione tutta italiana nei ’90, pochi i libri degni di nota e che hanno creato un vero caso di discussione. Oggi però qualcosa è cambiato: ci ricordiamo tutti quel «Milkman» di Anna Burns che nel 2018 vinse il Bookprize, lo stesso riconoscimento che nel 2023 andò anche Paul Lynch. Tutto mentre i libri di Claire Keegan hanno cominciato ad avere una buon circolo. Come se la generazione dei ’70, proprio la stessa di Murray, abbia trovato un compattezza verso il discorso della contemporaneità, una direzione unica.
Un capitolo a parte, forse il più importante, è quello targato Sally Rooney. A neanche 35 anni, capace di catalizzare l’attenzione dell’intero mondo letterario.
Ma cosa lega tutta questa wave? Cosa stanno raccontando questi irlandesi? Cos’è questo continuo ronzio?
Sono i sentimenti, il grande racconto delle relazioni.
Tutte queste penne stanno raccontando con la stessa convinzione le relazioni del nostro tempo, ognuno a suo modo, ognuno con la sua sensibilità. Ma è forse questo uno dei motivi di questo ritorno tutto gaelico, il racconto ancora tanto identitario ma al tempo stesso universale di un ronzio comune e collettivo. La politica non viene accantonata, si pensi ad esempio a «Il canto del profeta», a favore di un’unione unica, quella con il sentimento, il sentirci uomini e donne alla ricerca di uno spazio di felicità sempre più complessa nello scenario di un mondo sempre più allo sfascio, sempre più in mano alle destre e al capitalismo.
Una volta che getti la maschera, tutte le altre maschere diventano trasparenti e ti accorgi che, sotto le peculiarità e le stramberie individuali, siamo tutti uguali. Siamo uguali nella diversità, nello star male per la nostra diversità. O, per metterla in altri termini, siamo espressioni diverse di una vulnerabilità e di bisogni uguali per tutti. È questo che ci unisce.
«Il giorno dell’ape» non dimentica le tradizioni, c’è un continuo guardarsi alle spalle. Così si arriva al criticatissimo capitolo dedicato a Imelda. A quella sposa vedova la cui voce viene privilegiata, Murray decide infatti di portarci nella sua testa e di scomodare un certo James Joyce. Flusso di coscienza, un intero punto di vista senza segni di interpunzione.
Fermi tutti, nulla di difficile: semplicemente una profusione di piccoli periodi separati dalle maiuscole che delimitano i pensieri successivi di una donna stratificata, con i suoi segreti e i suoi sentimenti non sempre cristallini. Come se ci trovassimo di fronte a una lontana parente di quella Eveline, proprio di quel racconto di quella famosissima gente di Dublino.
Tante le critiche e le vittime, molti i lettori arrendevoli messi in difficoltà da questa cascata, dal ritmo forsennato di frasi scomode. Ma così non è stato per il sottoscritto, non con la furia e la successione di piccole frasi capaci di aumentare il ritmo, di creare quell’empatia che forse fino a quel punto era mancata. Nulla di paragonabile a Joyce, ci mancherebbe, ma un’ottima scelta, un escamotage fina ennesima dimostrazione di un autore ambizioso perfettamente padrone delle sue pagine.
Capire il ronzio.
Le ultime pagine sono da cuore in gola, il romanzo corre verso uno di quei finali aperti e quasi cinematografici. Ed è per questo e altri motivi che siamo di fronte a un libro che rimarrà e che si allontana dall’idea di libro stagionale sul quale creare hype e monetizzare in un anno sicuramente non felice rispetto le uscite editoriali tutte nostrane.
Il peccato è che molti non arrivino neanche alla metà, come se il ronzio dell’ape infastidisse, come se disturbasse un’esperienza di lettura piena di grandi domande alle quali dare risposte. Ma siamo ancora capaci di provare a rispondere alle grandi domande dei libri? O ci aspettiamo sempre e comunque delle narrazioni che sappiano intrattenerci, che sappiano occuparci in poco e con il massimo risultato.
Tanto Murray ha le idee chiare, si prende il suo tempo, senza nessuna paura nel fermarsi nel quotidiano delle nostre bugie, a costo di descrivere dettagli apparentemente inutili o poco comprensibili.
Duecento pagine per entrare in un libro sono troppe direbbero alcuni, ma un libro può valere anche per le sue ultime righe. Può segnarci anche con quella frase a pagine 321 e poi non dirci più niente. Può illuderci di dirci qualcosa e disattendere il nostro dialogo. L’invito rimane sempre quello di parlare con le storie, fino alla fine, cercando di arrivare al fondo, nonché al cuore del racconto.
Capire l’ape significa non interrogarsi sull’arrivo, su un colpo sparato, sulla voglia di sapere come finirà quella vita. L’ape interroga il viaggio e il viaggio della vita è sempre più importante della fine, del punto che Imelda ha rifiutato e che il destino ha messo sulla strada della famiglia Barnes.
«Il giorno dell’ape» non è stato capito perché la vita, come la letteratura, richiede tempo. E il tempo per pensare, per fare i conti con noi stessi, come lettori e come persone è sempre meno. Le volte è meglio mettere una maschera, senza sforzarci di capire, ignorando ogni ronzio, giudicando le storie che non abbiamo letto, lì proprio seduti al centro della stanza delle nostre convinzioni. Così come Cass, PJ, Imelda e Dickie. Così come la vita che ci ostiniamo a non vedere, anche quando veniamo punti e il dolore ci riporta alla realtà. Questioni di prospettive, di voli ronzanti e occasioni mancate.
Diamoci tempo, le api alla fine hanno vita breve.
Su Murray:
Skippy Muore (e Paul Murray ci ha fregato un’altra volta).
Autore: Paul Murray
Traduttore: Tommaso Pincio
Editore: Einaudi
Collana: Stile Libero Big
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tag #Dublino #Irlanda
Dall’Irlanda:
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