Il Mapocho di Nona Fernández
Parlare di Nona Fernández è un’operazione estremamente complessa. Voce consolidata della letteratura cilena contemporanea torna tra le mie mani con «Mapocho», il suo romanzo d’esordio, pubblicato questa volta da gran vía.
Dopo averla scoperta con il sorprendente «Space Invaders» (Edicola Ediciones) mi ero fatto una vaga idea sul come sarebbe stata questa esperienza di lettura, sperando di potermi sbagliare e di evitare l’ennesimo massacro emozionale. Così non è stato.
Ci troviamo di fronte un’autrice violenta e raffinata. Una letteratura che attraverso il ricordo si fa antidoto al dolore, indagatrice della realtà e del paese a cui è legata. La difficoltà è quella di rimanere indifferenti.

Mapocho è quell’esordio dalla maturità inaspettata per struttura, tematiche e scrittura. A Fernández sembra non mancare niente, nemmeno il coraggio. Così ci si ritrova subito tra i morti, davanti un fiume, stringendo tra le mani un’urna funeraria con la consapevolezza di essere maledetti perché a Santiago tutti lo sono, proprio qui ogni nascita diventa una sorta di maledizione.
Qui nascono una donna e un uomo. E insieme vivranno e moriranno. Ma nasceranno di nuovo e moriranno un’altra volta. E non smetteranno di rinascere, perché la morte è una menzogna.
Delicati rapporti familiari verranno veicolati dal sogno, da viaggi verso l’inferno, luoghi nei quali i fantasmi ci tormentano.
Tutto è stato dimenticato dalla Bionda, una delle voci guida di queste strade polverose e occultatrici.
Per tornare ad essere dovremo ricordare, cercare di raggiungere una buona immagine di sé, mettere a nudo le paure, gli incubi e persino i ricordi felici. Pur di poter riacquisire il più possibile, pur di poter ricostruire la Santiago autentica.

La mappa, privata e non, va formandosi mentre il sogno e la tradizione si mischiano con la realtà. Fernández, mischiando la storia, il mito e la finzione, sembra abbracciare la tradizione dei morti tanto cara a Rulfo.
Se come lettori non avremo il coraggio di affrontare coloro che sono scomparsi, da uomini e donne ci affideremo al passato, l’unica chiave, il libro aperto su tutte le risposte.
Le parole guariscono le ferite e proteggono dal pianto.
Ho camminato tra le strade di un luogo senza più segreti, ho osservato il rapporto d’amore tra un fratello e una sorella, parti speculari che si attraggono, morti e vivi che si mescolano e sono guidati dalla storia di Fausto, l’uomo per cui la storia è letteratura.
Il Mapocho è il fiume del passato, del presente e del futuro. Il corso d’acqua pieno di merda nel quale riporre le nostre speranze, nel quale specchiarsi e cercare di scorgere quello che non abbiamo mai percepito, la linea capace di dividere un paese.
Quello di Nona Fernández è un atto d’amore verso se stessa, un libro consolatorio e onesto nel quale le feci assumono la loro vera essenza, quella di immagini sanguinolente.
A Torino con Nona:
Autore: Nona Fernández
Traduttore: Stefania Marinoni
Editore: gran vìa
Collana: gran vìa original
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tag #Cile #SantiagoDelCile
Su Nona Fernández:
Chilean Electric di Nona Fernández
Dopo aver sofferto per la rabbia di «Mapocho» (gran vìa), il suo libro d’esordio, sono passato per «Chilean Electric», l’ultimo lavoro edito da Edicola Ediciones, rimanendone colpito per l’ennesima volta.
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