Il sentiero del non detto. Ruthie Fear di Maxim Loskutoff

Ruthie Fear di Maxim Loskutoff Edizioni Black Coffee

Quello tra Rutherford e Ruthie è un rapporto fatto di silenzi, di non detti. Ma tra le montagne del Montana, per comunicare non si parla, si spara.

In «Ruthie Fear» di Maxim Loskutoff, il primo romanzo dell’autore americano pubblicato in Italia dai tipi di Edizioni Black Coffee, un padre e una figlia cercano il loro sentiero dei sentimenti.

Ruthie è la figlia dell’uomo che ha ucciso l’ultimo lupo della valle, senza una figura materna l’ho vista bambina in una comunità abbastanza complessa da vivere e da descrivere. La modernità, in un contesto fatto di armi e di vecchie leggende, si sta ritagliando il suo spazio, sta cercando di cambiare le regole. Sono gli anni in cui Rutherford esibisce il suo trofeo: la pelliccia di lupo bianca su cui Ruthie, dormendo, troverà il calore degli affetti mancati.
Al tempo stesso, sono gli stessi anni in cui la piccola, durante una delle tante giornate di giochi nella foresta, vedrà una creature deforme senza testa. Nella Bitterroot Valley i mostri pare abbiano diverse sembianze.

Quando si parla di letteratura americana contemporanea, soprattutto quando penso alle nuovi voci tutte da scoprire, mi dirigo sempre verso il catalogo Black Coffee. In un momento in cui gli americani continuano ad essere pubblicati da qualsiasi realtà editoriale, ma soprattutto da quando la proposta storica di minimum fax sembra esser un po’ calata, ecco che l’editore del caffè a stelle e strisce si può confermare un punto di riferimento indiscusso per gli appassionati e non.

Così è stata la volta Maxim Loskutoff. Lui che arriva dal Montana, lo conosce bene e che esordì con una raccolta di racconti, trova nella storia di Ruthie una grande sfida.
Dopo le prime pagine, in questa comunità fatta di uomini, proprio assimilando il microcosmo tutto al maschile nel quale crescerà la nostra protagonista, mi sono chiesto quanto potesse essere difficile raccontare una donna. Il tempo passa, con lui le primavere e lo scorrere delle pagine, ma Ruthie piccola non lo sarà più.

Gli amori, l’amica Pip, i primi colpi d’arma da fuoco stretta nell’abbraccio del padre: l’odore di muschio, la barba che solletica il viso nel momento delicato della mira, sono questi gli affetti dell’adolescente, di chi sta scoprendo il mondo senza dimenticarsi di quella visione spaventosa, di quel mostro che ha abitato la sua memoria e che forse, reale non era.

Di colpo sentì di aver scoperto un altro aspetto deprecabile del mondo moderno: era fatto apposta per far sembrare normali cose terribili.

Loskutoff imbastisce un’aspra critica all’Occidente, tra gli alberi secolari, ci si chiede a chi appartenga oggi la Storia. Con coraggio accetta la sfida del punto di vista al femminile e con bramosia da lupo osserva famelico il suo territorio.

Nella valle albergano le vecchie leggende indiane, gli spiriti di chi ha lasciato un segno su quella terra, ma ho trovato anche la contemporaneità di chi arriva con una concezione diversa di natura. Si tratta del mondo delle piste sci e da mountain bike, delle villette di lusso a schiera, una dimensione in cui l’animale è l’intruso e la natura si può piegare con un sforzo moderato.

Lo vede anche Ruthie nel momento in cui si dirige verso la metropoli, decide di lasciare gli affetti per scappare da un luogo sempre più opprimente, claustrofobico. A Las Vegas troverà ben peggio, né la violenza dei cacciatori né quella delle armi da fuoco. Nella grande metropoli c’è la spietatezza della contemporaneità, bisogna tornare.

Stabilì che paura e rabbia erano all’incirca la stessa cosa.

Fear, una donna che nel nome porta la paura, è diventata uno dei personaggi più tosti di cui ho letto negli ultimi tempi. Il simbolo di chi sta cercando di spezzare una maledizione indiana che ci lega a un territorio, di come possiamo sentirci tanto legati quanto schiacciati dall’idea di casa. Come se l’autore ci volesse raccontare di come si possa cercare una nuova opportunità nel silenzio della natura, senza tralasciare tutte quelle esperienze che hanno segnato la nostra vita e che ci dovrebbero accompagnare verso la quiete tanto agognata.

Alla fine è tutto lì: dentro lo sguardo di un padre, di un cane, di una persona che vediamo spirare soffocata dal male.

Il problema si crea quando ci specchiamo in qualcosa che occhi non li ha. In tempi in cui ancora non sappiamo vedere un’idea di futuro, rispondiamo come gli animali, ancora per istinti.

Di colpo comprese che un cuore si spezzava continuamente, e ogni giorno per un motivo diverso.

Così l’ho vista crescere Ruthie, come tutta la valle, si è addirittura macchiata le mani di sangue. Non si tratta di un romanzo in cui la colpa non appartiene ai protagonisti, la colpa appartiene alla vita di tutti noi. Nessuno è esente dal giudizio della natura.

La storia non mi ha fatto dimenticare nemmeno Rutherford, lui che ha provato a far rigermogliare la possibilità di un futuro. Sempre fermo nelle sue abitudini e nell’amore di una figlia, l’unica impresa della sua vita, quella di un amore profondo.

Un susseguirsi di emozioni mi ha accompagnato verso un finale che reputavo irrilevante, non poteva essere così importante quando di mezzo c’era il racconto di queste vite, di una sofferenza non mia. Poi i colpi di scena, di quelli che solo la vita ti riserva. Solo a quel punto Ruthie mi ha sussurrato la verità, quella nascosta nelle caverne del Montana: qualsiasi sentiero imboccheremo, per alcune cose non ci sono e non ci saranno mai parole per raccontarle. Forse lo sguardo di un cervo, forse un tramonto che si tuffa nel buio.

Autore: Maxim Loskutoff
Traduttore: Leonardo Taiuti
Editore: Edizioni Black Coffee
Foto autore: ©Cinna Cuddie
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tag #Americana #Montana

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