Michael Cisco: le parole contano, ma le bugie sono ancora più importanti.
Un fulmine serpeggia tra le prime pagine de «Lo studente del divino», il primo libro dell’americano Michael Cisco tradotto in Italia dai tipi di Mercurio Books. Accademico e autore tanto conosciuto nell’antro della letteratura dell’oscuro, non a caso il suo esordio, la storia del suo studente morto fulminato e risorto con un nuovo corpo – riempito di pagine e parole – vinse l’International Horror Guild Award.
In occasione del tour italiano, durante la tappa milanese presso la Libreria del Convegno di Milano, ho avuto modo di incontrare uno degli autori che più stanno mischiando le carte nel panorama americano, raccogliendo estimatori e amanti di una certa letteratura indagatrice e non sempre limpida, cristallina.
Dopo la chiacchiera condotta da Orazio Labbate, esponente principale del Gotico Meridionale, ho parlato con Cisco di intenti, comunicazione e linguaggio. Ecco come è andata:
Partiamo dalla domanda più difficile, una sorta di gioco che amo fare con gli autori che per la prima volta vengono conosciuti e tradotti in italiano. Se dovessimo costruire una sorta di carta d’identità, che tipo di autore diresti di essere?
Per pensarci meglio, per rifletterci, l’ideale sarebbe stato chiedermelo ieri sera…
Potrei dire in un certo qual senso di essere uno scrittore solitario. Non so come rispondere in modo più preciso, potrei farlo sia in maniera poetica che criptica.
Come ti senti, il narratore sei tu.
Allora ad un lettore medio direi che sono un sognatore. Sì, direi proprio questo. Credo che sia sufficiente. Il sogno, proprio il sogno, credo che sia quella cosa che mi identifica.
«Lo studente del divino» è stato pubblicato nel ’99. Si tratta di un libro che viene da molto lontano, ma del quale mi interesserebbe conoscerne la genesi. Anche solo per il fatto che si tratta del tuo esordio, del tuo inizio.
È stato il primo romanzo che ho scritto, in precedenza avevo lavorato a una serie di racconti che mi portarono proprio a questo primo libro. Da dove proviene, vediamo un po’…
Sono cresciuto a Los Angeles, si tratta di una città che non ti dice esattamente cosa è, come per esempio lo fa New York o Roma. È una città nella quale devi cercare dentro, all’interno di posti, di anfratti nascosti. Gli stessi confini che la delimitano devi cercarli al suo interno, è inoltre una città dove i sogni possono diventare dei prodotti. Forse il fatto di essere cresciuto lì, mi ha reso un sognatore. Come una persona che sogna che le città siano un posto da scoprire e diciamo che è meglio che mi fermi qui.

In Italia sei arrivato accompagnato da molti blurb di grandi scrittori. Credo di aver intuito che in passato tu abbia avuto una presentazione importante da parte di Thomas Ligotti, un autore centrale per la letteratura di genere che in Italia si sta scoprendo solo negli ultimi dieci anni. Come è iniziato il vostro rapporto?
Prima di tutto ho conosciuto Ligotti su delle piccole riviste, molto piccole. Ed era veramente bello e interessante leggere le sue storie, lo era perché c’era qualcosa di nuovo. Tutti i lettori dicevano che c’era proprio qualcosa di nuovo nell’aria. In seguito sono diventato amico di uno degli editor che lo aveva pubblicato su una di queste riviste.
Quando dissi lui di aver scritto un romanzo, mi suggerì di mandarlo proprio a Ligotti, non si sa mai mi disse. Chissà, potrebbe presentarti a delle case editrici.
Io ero abbastanza incredulo.
Ma come? dici di mandare proprio a lui?!
All’epoca aveva pubblicato solamente un libro, mi pare fosse «I canti di un sognatore morto» (Elara). Così lo contattai, non perché fosse un grande nome, ma per le sue incredibili capacità. Fu molto gentile e amorevole. Ci scrivemmo fino a quando non mi disse che era più facile sentirci al telefono. Lo facemmo e capimmo che ci piacevano gli stessi scrittori, avevamo inoltre lo stesso senso dell’umorismo e per alcuni anni parlammo veramente molto, probabilmente perché si sentiva molto empatico nei miei confronti. Ed è questo il modo in cui l’ho conosciuto.
Oltre ad essere caldeggiato dai grandi nomi, penso anche a China Miéville, sei stato presentato con l’etichetta di neo-gotico. Conoscendo da poco Ligotti e non essendo affini a un certo tipo di tradizione, si tratta di un’etichetta che occorre essere un po’ spiegata e che ti ha permesso di fare un lavoro ben preciso.
All’inizio, quando ho scritto il libro, non pensavo a nessun tipo di etichetta, si è trattata di una categorizzazione che è stata attribuita in seguito. Attraverso questa etichetta ho poi compreso che è stato un modo per riscoprire il gotico non in modo vecchio, nella sua accezione più arcaica. Non c’era l’intenzione di voler proporre un qualcosa di già visto o di già fatto, ma è stato un modo per utilizzare questo gotico, questa conoscenza, come parte di una palette espressiva. Credo dipenda tutto dallo scrittore capire sia le etichette, sia il loro significato, ma soprattutto quello che sta facendo.
Al centro del libro c’è il linguaggio. Dobbiamo dirlo: il linguaggio negli ultimi vent’anni è cambiato e sta cambiando. Oggi come ieri rimane però sempre legato al potere, soprattutto nel tempo della comunicazione. Credi che questo tipo di ricerca sia cambiata per un cercatore di parole e un sognatore come te? C’è più responsabilità?
Non la sento come responsabilità, dal momento che il mondo cambia e sono andato avanti con gli anni volendo parlare di più della Storia, della politica, dell’economia, di questioni di questo tipo. Lawrence Durrell ha parlato di parole pericolose, di potere, di immagini e macchine del controllo e a proposito di macchine del controllo…
(Prende il suo cellulare, si rigira tra le mani un vecchio apparecchio di quelli con lo schermo ancora in bianco e nero, palesemente senza nessun tipo di connessione e mi sorride).
Eccola qua!
Tutto quello che noi abbiamo visto a distanza, lui lo aveva già visto da vicino. La forza, il potere delle parole sui social media oggi viene esponenzialmente amplificato. Eppure i social-media sono merda piena di cazzate. Anche nella scrittura c’è questa economia strana: le parole contano, ma le bugie sono ancora più importanti.

Un altro ruolo importante è sia quello dell’inconscio, ma soprattutto quello dei sogni. Lo studente del divino, il tuo personaggio, ci sussurra del come i sogni non possano essere dominati, di un’anarchia di fondo e di come dobbiamo sottostare ad essa. Mi chiedo quindi come ti relazioni con il sogno, mi sembra che tu sia una scrittore in balia di queste enormi forze ingovernabili. L’aver esordito raccontandomi il tuo essere sognatore non credo ti possa salvare da una risposta.
L’idea era che il libro diventasse una sorta di droga, come se stessi ascoltando il mio inconscio. Solo se fossi riuscito a farlo, solo facendolo, avrei potuto incoraggiare il lettore a sognare insieme a me. Solo così l’esperienza può diventare ancora più vivida, ed è meno importante e incisiva di quando l’autore dice a te lettore cosa devi pensare. Piuttosto quello che faccio – insieme a lettore – è quello di puntare il dito, puntare l’attenzione verso la direzione nella quale guardare insieme. Che possiate poi dissentire, ci sta. Come autore non ho nessuna autorità di dare delle verità e piegare dei ragionamenti assoluti. Mi interessa più guardare insieme, lì dove ho indicato.
Lo studente della divinità ricercherà le parole più segrete, perso in una città immaginaria dalle tinte apocalittiche svelerà i legami più violenti di un mistero metafisico tutto da scoprire. Una lettura impenetrabile, non per tutti i palati, manifesto di un autore che sarebbe diventato un qualcosa da definire, ma farlo o non farlo non sarà importante. Quando l’occhio ha il coraggio di scrutare, le parole a volte non servono a nulla.
Traduzione: Sarah Bonatto
Autore: Michael Cisco
Traduttore: Viola Di Grado
Editore: Mercurio Books
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tag #Americana #California #Gotico #Horror
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