Orhan Pamuk presenta «La stranezza che ho nella testa» @ Teatro Carignano

«La stranezza che ho nella testa», il nuovo romanzo di Orhan Pamuk (edito Einaudi), è una storia di personaggi poveri. Un viaggio dall’Anatolia a Istanbul, la città tanto cara all’autore turco.

Comincia la serata torinese al Teatro Carignano, cambio di location doveroso per l’evento organizzato in collaborazione con il Circolo dei lettori.

Dopo ventidue anni Torino ha ospitato nuovamente Orhan Pamuk, premio Nobel alla Letteratura del 2006, in questa occasione affiancato da Alessandro Baricco ed Ernesto Franco.

Istanbul è una città invisibile legata a un concetto profondo di spiritualità, una città diversa da quella già descritta in precedenti lavori assicura Pamuk. Prima c’era la melanconia, un senso di sconfitta, di perdita e solo con questo nuovo romanzo potremo trovare un sentimento nuovo. C’è soprattutto il segno spirituale lasciato dalla metropoli sull’autore, proprio questo coincide con quella particolare stranezza “nascosta” nella sua testa.

La mia disciplina è quella di scrivere romanzi che sembrino scritti di volta in volta da uno scrittore diverso. Ogni narrazione deve possedere una molteplicità di talenti e il più importante è quello dell’identificazione. Bisogna identificarsi in colui che non è. Uno sforzo che richiede fantasia, empatia e compassione.

Lo sguardo di Pamuk è indagatore. Un romanziere visivo legato all’atto di scattare una foto per fermare i ricordi che si fanno sfocati. La sua collezione di ventimila fotografie è la dimostrazione della paura di essere dimenticati e di dimenticare.

Nella Istanbul della mia infanzia la fotografia era per i ricchi, non a caso l’ultimo romanzo è una storia di un venditore ambulante.
Ho dovuto fare molte interviste alla gente più comune, la stessa gente se non ha paura delle conseguenze politiche è disposta a parlare. Ho raccolto moltissime storie e mi sono divertito.

Ogni giovane scrittore vuole essere moderno, diceva Borges. Pamuk non ha voluto scrivere il romanzo postmoderno, anche questa volta è stato più vicino al romanzo classico e – nei sei anni di stesura – ha deciso di stravolgere il testo giocando con la narrazione a più voci.

Le sue voci sono profonde, lasciano dei segni al loro passaggio, hanno il desiderio di preservare i dettagli.

Sono un artista fallito. Gli oggetti sono circondati da una sorta di aura che ci riconduce a ciò che abbiamo visto. Leggere vuol dire vivere la nostra vicenda per immagini. L’arte del romanzo è uniarte visiva e ogni romanziere vero è un collezionista di oggetti.
Io scrivo per conservare le cose.

«La stranezza che ho nella testa» è l’ennesimo tassello di una produzione sempre più stratificata. Un viaggio in una terra politicamente difficile e in continua evoluzione. La speranza di Pamuk è quella di riuscir a sopravvivere e i suoi libri riusciranno sicuramente in questo. La letteratura è quello strano viaggio che va oltre le foto, il tempo e i ricordi.

Autore: Orhan Pamuk
Traduttore: Barbara La Rosa Salim
Editore: Einaudi
Collana: Supercoralli
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tag #Istanbul #Turchia

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