Ziyan: le vite sprecate di Hakan Günday
Hakan Günday deve essere annoverato come uno degli scrittori turchi più importanti dei nostri giorni. Tra i nomi più consolidati del catalogo di Marcos y Marcos torna con «Ziyan», il suo ultimo romanzo capace di muovere lo sguardo da Oriente a Occidente, con la naturalezza di pochi, per indagare il presente.
Ma facciamo un passo indietro. Era il 2016 quando incontrai per la prima volta Günday, a Milano per l’esattezza. L’autore del chiacchieratissimo «A con Zeta», presentava «Ancóra», l’ennesimo libro tradotto in svariate lingue che gli valse il Prix Médicis (uno dei più prestigiosi premi letterari di Francia). Durante quella presentazione capii due cose: avevo davanti uno scrittore che si serviva della letteratura, delle sue storie dal taglio sociale, per sollevare le grandi domande legate ad alcuni aspetti della contemporaneità. L’ambizione c’era e fu naturale inserirlo nella personalissima categoria degli scrittori “tutto cuore”, non fu difficile, non dopo essermi quasi commosso in seguito alla lettura di qualche paragrafo selezionato per l’incontro. Per lui che nelle sue numerose storie ama giocare con le parole, potremmo inquadrarlo con un acronimo marcato: CCC. Cuore, Costanza e Contemporaneità.
Per noi lettori italiani invece, la Turchia non è un paese facile da affrontare e con «Ziyan» non sapevo cosa aspettarmi. Nonostante la vicinanza tutta mediterranea, vuoi per la sua storia di cui sappiamo ben poco, ma ho subito capito che per Günday nulla pareva essere cambiato. La formula, nonostante gli anni, è sempre quella: CCC.

Mi trovo in un posto di guardia situato nella Turchia dell’Est del XXI secolo e conosco Asil, un ragazzo poco più che ventenne. Fa un freddo pazzesco, ogni turno a meno venti gradi è una prova di sopravvivenza in cui solo i rimpianti riescono a scongelarsi. Asil ha deciso di dedicare la sua vita all’esercito, al potere. Un tempo indefinito di sottomissione e continua pressione psicologica. Così Hakan Günday comincia a intavolare una forte critica al militarismo e al rapporto tra individuo e Stato, tutto mentre i gradi scendono e un ragazzo comincia a non essere più sicuro neanche dei suoi ricordi. Tutto viene cancellato, rimane un presente con i piedi ghiacciati e la consapevolezza per il lettore che la Storia non sia un affare così semplice.
(…) non era il tempo a decidere la sorte dei geni e questo, piuttosto che una linea retta, era un cerchio.
Un cerchio perfetto in cui il passato, se sepolto abbastanza in profondità, poteva riemergere nel futuro.
Il passato riemergerà all’idea del suicidio, Asil ha deciso di gettare la spugna, di sottrarsi da questo gioco circolare senza speranza. Ziya Hurşit palesa qui la sua voce fantasmatica, salva una vita e complica ogni rapporto tra memoria, sogno e follia. La narrazione mostra il suo volto nascosto, si divide tra il presente orientale e il primo trentennio del Novecento, come a suggerirci che la Storia ci riguarda sempre, anche se crediamo non possa appartenerci.
Ma chi è Ziya? Qual è la sua storia? Quali sono i suoi intenti?
Günday mostra al lettore la nascita della Turchia, il passaggio dall’Impero ottomano a una Repubblica ancora giovane. I califfati vengono destituiti in favore di un nuovo ordine statale: Ziya e Asil diventano le pedine di un partita strategica giocata attraverso il tempo. Bianco e nero, presente e passato, distraggono la collettività permettendo al nuovo ordine e ai nuovi idoli di insediarsi e poi consolidarsi.
La libertà sarà dimenticare la propria crudeltà per non finire all’inferno, la moralità stessa diventa camaleontica, perché il potere non cambia mai. Cambia solo chi lo esercita.

Ho ascoltato anche io la storia di Ziya, anche se come tutti i soldati non riuscivo a vederlo. Grazie ad Asil ho capito che davanti alla morte anche un rantolo è vita, sei ancora vivo se c’è ancora un singolo rantolo da expirare. Ho visto il suo volto specchiarsi in quello di un fantasma, nel mentre continuavo a chiedermi dove questa presenza spettrale avrebbe portato il destino di un ragazzo, simbolo di tanti. Solo dopo ho capito che nulla si sarebbe mosso, perché la vera battaglia è quella che combattiamo dentro di noi: sono i principi, le decisioni, gli amori a indirizzare un destino tanto privato, ma a suo modo sempre collettivo.
«Ziyan» costringe il lettore italiano a un po’ di ricerca, nulla di complicato, ma sapere della rivolta di Şeyh Said o dell’attentato di Smirne, sicuramente aiuta a contestualizzare quello che ad oggi è forse il romanzo più politico dello scrittore turco. Chiaramente il sottoscritto non è mai stato un esperto di Anatolia, ma come Asil si è lasciato guidare dal racconto senza particolare difficoltà.
Il merito è dovuto alla caratteristica più importante di Hakan Günday: si tratta di uno scrittore popolare. La sua capacità è quella di arrivare a tutti, anche se i temi sono duri e non sempre sono di immediata digestione. Lo fa attraverso una scrittura al servizio della storia, senza dedicarsi al barocco di autori come Orhan Pamuk, basti pensare a quanto alcuni libri del Premio Nobel siano da scalare, nonostante le sue storie di largo respiro. Lo sguardo di Günday vuoi per discendenza, essendo figlio di diplomatici, abbraccia anche e soprattutto l’Europa in cui non è un caso che sia così tradotto. Ci restituisce la sua Turchia, ricordandoci come anche il suo paese stia partecipando ai continui e furiosi cambiamenti di oggi. Anche il suo punto di vista, apparentemente periferico, risulta imprescindibile per analizzare ciò che ci circonda.
“Tuo Ziya” in turco si dice Ziyan, che può voler dire anche ‘spreco’.
In un tempo di forti ideologie, di miti e falsi miti polarizzanti, lo scrittore turco costruisce un romanzo che mette al centro le vite di alcuni ragazzi che hanno deciso di sacrificarsi per un ideale. Ma attenzione, non si tratta di un fenomeno tutto orientale, non quando l’intento è l’indagine del fine processo di normalizzazione del potere e della varie relazione che questo può avere con gli individuo della società tutta.
«Ziyan» ci mostra che alle volte le idee diventano più importanti degli individui stessi, ma chi quell’ultimo respiro lo perde, non sempre avrà il privilegio di essere ricordato dalla Storia. Perché noi non sappiamo chi sono gli eroi e troppo spesso assistiamo allo spettacolo di vite che si rivelano essere uno spreco.
Lo spreco non deve essere sempre il fine ultimo, ma è il rischio di chi attraversa il tempo con la speranza negli occhi e una continua sensazione di freddo. Günday abbassa la temperatura, lo fa con un romanzo minore, ma che non sciupa le storie di più cuori pulsanti capaci di metterci di fronte a una grande domanda.
Chi decide quanto uno spreco, un sacrificio, uno Ziyan per l’appunto, – nella grande complessità della realtà – sia poi alla fine così necessario?
La risposta coinvolge sempre un giudizio morale, – quello di ieri, quello di oggi – quello dei libri che sanno fare domande semplici, ma di difficile risoluzione.
Autore: Hakan Günday
Traduttore: Fulvio Bertuccelli
Editore: Marcos y Marcos
Collana: Gli Alianti
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