Il Pulitzer dimenticato: I Mambo Kings suonano canzoni d’amore

I mambo Kings suonano canzoni d'amore di oscar hijuelos

Ci sono libri che ci arrivano tra le mani per caso, per consiglio di terzi o per un marketing accattivante. Ci sono anche delle storie più di nicchia che cerchiamo – solitamente fischiettando – tra le bancarelle dei mercatini o nelle librerie dell’usato. Questo è uno di quei casi, di un titolo che da appassionato di letteratura americana avevo segnato nella wishlist degli introvabili. Ma qui siamo tra pirati professionisti e con un po’ di pazienza, un po’ di fortuna e soprattutto pochi euro ci possiamo affidare anche a storie scomparse, tirandole fuori dall’oblio editoriale. La ricetta è quella della perseveranza, della ricerca e della curiosità.

De «I Mambo Kings suonano canzoni d’amore» di Oscar Hijuelos (Mondadori) sapevo solo del Premio Pulitzer del 1990. Tutto il resto, per mia grande sorpresa, lo avrei scoperto solo dopo. Il maggior premio a stelle e strisce a far da garante, una storia di emigrazione piena di mambo e diverse domande alle quali rispondere.

Perché oggi quella che all’apparenza dovrebbe essere la narrazione di uno spaccato di Storia americana così poco raccontato non ci interessa più? Come mai in Italia, nonostante il riconoscimento, esiste solo un’edizione pubblicata proprio nei primi anni 90? Quali criticità mi sarebbero aspettate tra il suono di una tromba e l’atavico conflitto cubano-ameriano?
D’altronde se il romanzo è sparito appena pochi anni dopo il film tratto da esso qualcosa sarà successo, così mi ero detto. Dopo aver visto che tra il cast de «Il re del mambo» (1992) figurano nomi come Antonio Banderas e Armand Assante, una spiegazione doveva pur esserci.

Per provare a rispondere, ancora prima di conoscere Nestor e Cesar, i due Mambo Kings arrivati dall’Avana nella New York cosmopolita del dopoguerra, ho dovuto fare ricerca su Oscar Hijuelos. Colui che, grazie a questo romanzo, fu il primo autore con radici ispanoamericane a vincere il Pulitzer.

Nato nel 1951 da genitori cubani arrivati nella grande mela negli anni 40, dopo tanto lavoro e diversi sacrifici per sbarcare il lunario, il piccolo Oscar ritornò in patria per una visita e a quattro anni contrarrà un’infezione renale dopo la quale dimenticherà la lingua madre. A casa si parla lo spagnolo, ma l’inglese diventerà un rifugio grazie soprattutto alla musica e alla scrittura. A New York studierà con giganti del calibro di Donald Barthelme e Susan Sontag, per poi conseguire una laurea e dedicarsi tra un lavoro e l’altro (soprattutto quello di pubblicista) alla scrittura creativa. Una voce la sua tra due lingue, con la propensione naturale al racconto di chi arriva da lontano, di una certa tradizione aperta da scrittori come Steinbeck, Chester Himes e Claude McKay.

Oscar hijuelos the new york times
©The New York Times

Ma torniamo ai nostri mambero, ai due fratelli donnaioli e senza regole pronti a suonare per tutta la notte nell’ennesimo locale discutibile. Cesar è il più grande dei due, ha lasciato una figlia a Cuba e si muove seguendo la vocazione per il canto e per le belle donne. Nestor, il più piccolo, dopo diverse storie ha perso la testa per la dolce Maria. A lei – dopo la rottura che lo porterà verso uno stato psicologico assai complesso – dedicherà Beautiful Maria of my soul, la canzone che porterà i due fratelli al successo e che accompagnerà i loro sogni più intimi verso un futuro tragico.

Hijuelos decide di raccontarci tutta la vicenda dalla stanza di un albergo, di affidare ai ricordi e alla melanconia di un anziano Cesar l’intera narrazione. Nestor morirà a seguito di un incidente stradale, lasciando moglie e figli, lasciando la sua tromba e l’amore insanabile di un fratello. «I Mambo Kings suonano canzoni d’amore» è il racconto di quelle vite/non-vite, ma soprattutto di quelle canzoni suonate la sera con la vista annebbiata da più di un bicchiere di whisky, in modo che il dolore possa essere un po’ più lontano, almeno per il tempo di un assolo.

Da qui si sottolinea tutto un certo mondo ispanoamericano: parte dai ’50 e attraversa diversi snodi storici che fanno da sfondo al plot. Dal Vietnam al susseguirsi delle mode più disparate, dalla rivoluzione cubana al cambio socio-antropologico della città dei grandi sogni, Hijuelos pensò di puntare la luce su una prospettiva diversa. E se nell’88 «Amatissima» di Toni Morrison segnò e ci consacrò a un racconto più collettivo della cultura black, appena qualche anno dopo, tra diversi romanzi e nomi smaccatamente americani (Larry McMurtry, John Updike, Anne Tyler, ecc.) si aprì a un nuovo panorama, suonante, danzante, inquieto e sensuale.

L’ho scritto per far conoscere quel mondo alla gente, come una lunga poesia per i musicisti di tutto il mondo.

Senza prendere nessun tipo di posizione politica, i fratelli Castillo mi hanno accompagnato tra le campagne dell’Avana, sulle metro del Bronx e in ogni singolo rapporto familiare e non. Come se la vicenda privilegiasse la politica degli affetti, dando già per scontata quella internazionale. Hijuelos descrive senza giudizio, costruendo un romanzo di piccoli gesti: l’amore di un nipote, il platano fritto mangiato in famiglia, le lettere di una madre, le illusioni e i compromessi dell’amore. Tutto atto a far affezionare il lettore, a portarlo verso un esercizio di mimetismo e catapultarlo in una vita non sua. Per alcuni la storia dei Mambo Kings potrebbe risultare verbosa, lenta, per certi versi anche superata. Ma per altri, soprattutto quelli più propensi all’ascolto, si aprirà una porta di casa, di quelle che entrano nei ricordi.

Il Pulitzer dimenticato I Mambo Kings suonano canzoni d’amore

Perché quindi l’oblio? Penso a come Richard Yates sia riuscito a raccontare il realismo dell’America dei ’60, a Gay Talese – l’autore e amico forse più vicino a Hijuelos – e la sua dedizione al racconto sessuale e della malavita di New York. Se addirittura con la «La breve favolosa vita di Oscar Wao» nel 2008 venne premiato nuovamente il racconto isolano, questa volta con una storia ambientata tra il New Jersey e la Repubblica Domenicana che valse il Pulitzer anche a Junot Diaz. Si tratta di una tradizione troppo confusa e frammentaria, per questo nel nostro panorama sembra mancare un tassello e – come nelle storie di queste lontananze – non c’è un motivo valido per questa assenza.

Forse è l’elemento magico, essendo questo appena accennato, lo allontana da un’idea ancora troppo approssimativa di una tradizione letteraria esotica. Forse è il troppo sesso, quello che erroneamente tende a oggettivare le donne in favore di un modello maschile macista e figlio del suo tempo. Ma forse ci si dimentica di quanto debba essere scomoda la narrativa – come la musica – per avvicinarsi al vero e alimentare l’immaginazione e le possibilità del destino.

Un giorno, mentre ero seduto alla mia scrivania immaginai Cesar uscire da una cantina e dirigersi verso un cortile, cantando con una meravigliosa voce baritonale, ma, allo stesso tempo, portava tra le braccia la copertina di un vecchio disco sulla cui copertina ‘vidi’ per la prima volta – parola d’onore – la scritta ‘The Mambo Kings Play Songs of Love’.

The Washington Post

Posso affermarlo senza problemi: a distanza di quasi quarant’anni il romanzo funziona ancora. Non solo da punto di vista storico/sociologico, ma da quello sentimentale.
«I Mambo Kings suonano canzoni d’amore» restituisce tanto un fotografia di un’epoca quanto un racconto collettivo che sussurra ancora ai nostri cuori. Come una vecchia canzone che arriva dal passato, con la nostalgia di quegli occhi che abbiamo perduto, di quelle labbra sfiorate. Tutto nella danza forsennata della memoria di una vita vissuta sulle macerie della realtà, delle difficoltà, ma sulle fondamenta inscalfibili della parole amore.

Ed è davanti all’inspiegabile, alla realtà dei fatti, alla perdita, al suono melanconico di una tromba, che le domande non servono più a niente.

Autore: Oscar Hijuelos
Traduttore: Riccardo Mainardi
Editore: Mondadori
Collana: Omnibus
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tag #Americana #Avana #Cuba #Musica #NewYork

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