Anche gli angeli vincono il Pulitzer. Angel Down di Daniel Kraus

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Siamo in Belgio, è il 23 agosto 1914, durante la battaglia di Mons i soldati britannici non avevano più alternative se non quella della ritirata. A quel punto successe qualcosa di singolare, vennero inseguiti da misteriose figure luminose. I racconti parlavano di arcieri e di cavalieri fantasmatici, ma anche di angeli. Nonostante fossero molti i soldati pronti a testimoniare, a raccontare delle numerose visioni, la leggenda degli Angeli di Mons crebbe e si alimentò grazie a Arthur Machen, lo scrittore dell’orrore che poche settimane dopo pubblicò «The Bowmen», un racconto ambientato proprio durante quella fuga disperata e che fu scambiato dai più come una cronaca e non come una fiction.
La fantasia aveva superato la realtà, la guerra non era ancora finita e la letteratura di trincea stava guardando al cielo.

Dopo essere stato selezionato dal New York Times tra i 10 migliori romanzi del 2025, per «Angel Down» (Ne/oN) di Daniel Kraus è arrivato anche il Premio Pulitzer, uno dei maggiori riconoscimenti della letteratura americana. Difficile nascondere la sorpresa per una scelta così insolita, ma guidano i numerosi pareri esteri positivi e la curiosità di leggere nel 2026 ancora di trincee e (forse) di un angelo.

Come può oggi una storia ambientata durante la Grande Guerra vincere il Pulitzer? L’entusiasmo attorno al libro sarà sinonimo di un certo sguardo, di buonismo tutto a stelle e strisce? Da quando il Pulitzer ha il coraggio di premiare un libro che sembra così legato al racconto di genere?

Capisco subito che le domande le volte sono come i proiettili, si sprecano, ma sono di vitale importanza. Ma prima c’è dell’altro che ho visto in trincea.

e lì ho conosciuto Cyril Bagger, uno scaltrissimo truffatore pronto a tutto pur di salvarsi la pelle. Sta percorrendo i terrotori dei mangiaranocchie, senza farsi fregare tanto dai tedeschi quanto dai suoi compagni. Ne ha passate tante Cyril, anche prima di arruolarsi in quella guerra senza via d’uscita e la sua furbizia, la fortuna, lo rendono quasi inscalfibile.

e poi, in quel momento, in quell’esatto momento, accade qualcosa, una cosa, accade e basta, non c’è altro modo per dirlo, Bagger sa che non la comprenderà mai, quella cosa, ciò che accade, (…)

e poi ho visto l’esplosione, la terra volare, il sangue mischiarsi al fango. Ma Bagger è ancora lì e il destino ha in mente altro per lui. C’è un gemito che spacca la testa, un lamento lontano che sembra abitare la coscienza di tutti. Quale soldato ferito può produrre quei suoni infernali?

e ho seguito Bagger, con tutto il “suo” gruppo di soldati, verso la loro nuova missione esplorativa. Bisognerà verificare e, nel caso, risolvere con qualsiasi mezzo l’ennesimo problema. A quante pare c’è qualcuno che riesce a sovrastare anche le bombe.

e se non si trattasse di un uomo? se quella voce detonante fosse caduta dall’alto? La guerra a volte crea dei veri e propri mostri, ma non sempre siamo pronti ad osservare la realtà.

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Daniel Kraus è un scrittore cangiante, sempre bisognoso di sperimentare nuovi generi e nuove forme. Lo avevamo lasciato con «Whalefall» (Ne/oN), tra mostri marini giganti e balene fameliche e lo ritroviamo con un romanzo speculativo su cinque soldati che si imbattono in un angelo. Ancora tanta azione, senza che l’introspezione venga gettata in qualche pozzanghera fangosa. L’altro, la creatura, come vuole un certo tipo di tradizione diventerà lo specchio del nostro inconscio, la ragione scatenante per mettere ogni soldato di fronte ai dubbi morali della Storia – personale e non – e del bombardamento dell’etica.

Ottenere ciò che desideriamo, custodire addirittura un angelo durante il primo conflitto mondiale, dove potrebbe spingere la nostra ambizione?

Il suo immaginario arriva anche dal cinema, parliamo dello stesso autore che ha lavorato con grandi nomi del calibro di Guillermo del Toro (con il quale ebbe l’idea condivisa per «La forma dell’acqua») e George A. Romero, nientemeno che il papà di tutti gli zombi.
Forme narrative sempre diverse, una smodata passione per il genere e un occhio smaccatamente cinematografico. Ecco una prima fotografia.

C’è però una caratteristica a rendere «Angel Down» un’esperienza ancora più estraniante: tutto il romanzo è formato da piccoli paragrafi che iniziano con la congiunzione “e”. Come a voler collegare ogni respiro, ogni inquadratura, ogni pensiero.
Pare che Kraus abbia nascosto persino alla sua editor questo dettaglio, almeno fino alla consegna del primo manoscritto. Questo rende il libro sicuramente più interessante e innovativo rispetto a una tradizione già consolidata. Si pensi a «Comma 22» di Joseph Heller, in cui si mischiavano i piani e si giocava con una narrazione non-cronologica, si prenda il «Il buon soldato Švejk» di Jaroslav Hašek, la sua ironia che mai si era mischiata così tanto con l’orrore. Certo, Kurt Vonnegut ha costruito un’intera bibliografia dissacrante strappandoci più che un sorriso di fronte alla tragedia del conflitto.

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Ma Kraus non è da meno, sfodera le sue armi ironiche, ma le inserisce in una narrazione ancora più viscerale, corporea, un vero e proprio incubo hollywoodiano.

Lo stesso angelo non è nuovo al racconto di guerra americano. Howard Fast, sì proprio colui che con il suo «Spartacus» influenzò Kubrick, nei 70′ pubblicò «Il generale abbatte un angelo» (Urania). Ma sicuramente ci staremo perdendo tutta una serie di storie minori – di autori caduti nell’oblio più assoluto – dedicate al rapporto tra conflitto e fede, dal taglio popolare e discendenti di quel Machen che aveva creato tanto scompiglio.

Nel 2007 anche Clive Barker, una delle voci imprescindibili dell’horror contemporaneo, andò a scomodare gli angeli e con «Mister B. Gone» ci portò nel grande conflitto della scrittura usando l’espediente del demone nascosto in un libro, capace di accompagnarci davanti allo spettacolo atavico di ali piumate. Da quel momento risultati convincenti ed attuali sono scomparsi dai radar, sicuramente da segnalare e da approfondire «Tra due fuochi» di Cristopher Buelhmann (di prossima pubblicazione per Mercurio Books).

e non bisogna dimenticare come la forma possa ancora incidere nelle narrazioni e che le volte basterebbe avere il coraggio di osare.

e bisogna prepararsi a un’esperienza che ricordi il piano di sequenza occlusivo e senza stacchi che Sam Mendes aveva sviluppato con il suo film «1917».

e bisogna accettare che la guerra possa essere una frase continua, ripetuta, una condanna a riavvolgersi nel grande quadro della Storia.

e (…) si sente adesso gravare dall’atroce certezza che quello strillo non finirà mai, proprio come la guerra non finirà mai, come la carneficina non finirà mai, è la frase di un libro che si scapicolla senza nemmeno un punto, annaspando in un numero eccessivo di virgole, una frase che, una volta iniziata, non può più essere fermata, una frase condannata a riavvolgersi su se stessa formando un’orribile ruota nera che, prima o poi, trascinerà ogni abitante di questo pianeta nella sua fossa,

Bagger legge ogni sera la storia di Tarzan a Lewis Arno, il più giovane soldato della compagnia. Lui nella trincea non dovrebbe proprio starci, sia per età che per legame con l’innocenza. L’innocenza che gli altri soldati hanno venduto tempo addietro e che l’angelo mostra attraverso il suo candore, la sua purezza. Nell’inferno dei tunnel, tra i topi e gli insetti, c’è forse qualcosa che brilla attraverso la potenza e le alternative delle storie.

Qui il Pulitzer torna a premiare un tipo di letteratura sempre ai margini dai riconoscimenti più letterari, forse il libro più di genere del suo palmarès. Non tanto per la creatura angelica, neanche per la sua vena splatter, quanto per il suo immaginario totalmente legato a leggi fisiche e sociali appartenenti ad un piano altro (nonostante sia sempre e comunque legato al piano del reale).
Così nel tempo dei conflitti, nella polveriera contemporanea di continua instabilità, «Angel Down» punta il dito sulla linea della Storia, sulla vecchia narrazione dell’essenza del male, quello che non cambia identità, anche se cambia spesso volto. Lo fa senza particolare buonismo, senza quell’intenzione americana di evidenziare un certo destino, un lieto fine speranzoso. Insomma, il romanzo convince anche grazie al suo ritmo forsennato, alla sua verve ironica, nonché alla sua onestà. Contento di vedere una proposta – che avrebbe potuto essere valorizzata al Premio Hugo o al Bram Stoker – in questa posizione inedita, anche se rimane (e viene consacrata) in un panorama americano in continua fase discendente: i grandi nomi (tranne qualche monolite) sono passati a miglior vita e le generazione degli autori americani dei ’70-’80, nel discorso sulla qualità targata USA, non stanno incidendo come in passato. Ed è così che anche gli angeli possono vincere il Pulitzer.
Ecco un altro scatto, un’altra istantanea.

e anche qui non c’è una narrazione priva di difetti, non è quello che ci si aspetterebbe dal premio
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e trattare quel proiettile come un seme è un’idea assurda, che tuttavia riempie Bagger di un’inaspettata speranza, se il motore infernale è in grado di trasformare i morti in munizioni, allora forse le munizioni potrebbero trasformarsi in creature viventi se nutrite con sufficiente passione, se maneggiate con sufficiente cura.

e Daniel Kraus ci racconta di come oggi come in passato, anche gli angeli nascondono qualcosa, come se guardare in alto non sia sempre sinonimo di orazione, un’intenzione da rivolgersi all’altissimo. Come a dirci che dobbiamo cominciare a tenerci forti, smettere di alzare e abbassare la testa in cerca di appigli, di cominciare a guardare dentro di noi.
Proprio lì tra le grandi domande dove non c’è Dio, dove non c’è il Diavolo, dove ci sono le storie che illuminano il domani.

e anche gli angeli cadono dal cielo e sapremo finalmente a chi rivolgono le loro preghiere.

e qui niente fotografie, non quando la nostra luce è così accecante.

Autore: Daniel Kraus
Traduttore: Andrea Cassini
Editore: Ne/oN
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tag #Americana #Horror #Storia

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